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Leggere Jakucho (Harumi Setouchi)

leggere Harumi Setouchi, originally uploaded by luiginter.

 

JAKUCHO, ovvero

Coloro che ascoltano il mondo odono suoni celestiali.

E’ il nome che Setouchi si è data, dopo aver assunto a lungo quello di Harumi.

La scrittrice giapponese, dedicando sin dal nome la propria vita monacale all’ascolto, ha sin da quel momento cercato di andare oltre quella bellezza serena cui HARUMI allude.

V.S. Naipaul, consegnandole nel 2006 il Premio Nonino, così disse….

Jakucho e Bao

 

 

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Patrick Mc Grath: una gran bella intervista

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Grazie a BLDGBLOG, una delle mie letture di rete preferite, consiglio ai lettori di Patrick Mc Grath che masticchiano l’inglese questa intervista davvero totale, secondo me, per entrare nelle architetture delle sue righe.

Poe, Lynch, Conrad, Stoker…: un dialogo che scava nelle pieghe, una telefonata in forma di critica !

Di mio, osservo soltanto che i suoi libri contengono parti di assoluta qualità, tali da bastare per il mio stupore.

Ma che, soprattutto adesso che ho letto dei suoi sottopassaggi, sono convinto che la sua prova di capolavoro non sia stata ancora stampata….

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“Un giorno questo dolore ti sarà utile”, di Peter Cameron:“Il Giovane Holden”/revisited?

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Sta sospeso fra ironia e tragedia il fascino della storia che Peter Cameron racconta in questo suo secondo libro, proprio come era una questione d’ironia e lirismo il primo.

In “Quella sera dorata”(Adelphi 2006), la curiosa famiglia allargata che si va formando via via – con l’odiosa ma pratica fidanzata-sposa, la consolabile vedova dello scrittore morto, la sua amante pittrice, i due amanti (ex?) gay e la “bambina” – mette in scena una specie di commedia sexy sudamericana.

Qui, in questo recente ( è stato pubblicato in USA solo pochi mesi fa ) “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, la scena è newyorkese, il clima condizionato dai climatizzatori, e dalla noia che condiziona la famiglia upper class che ne è, insieme alla Città, tutta protagonista.

James non vuole andare all’Università, sua sorella Gillian (pronunciate la G dura se volete compiacerla) non vuole sembrare immatura, mammina vive sulle nuvole, papino fra bistecche e pregiudizi, il nero seduttore è più adolescente di James… Solo Nonna e Casa in Campagna sembrano sapere quel che fanno, ma la prima è vecchia, la seconda un miraggio.

In un saggio del 2002, “L’aperto – L’uomo e l’animale”, (Bollati Boringhieri), Giorgio Agamben, muovendo da una preziosa, perturbante biblica miniatura del XIII° secolo, davvero aprenomen omen – uno squarcio di duratura memoria sulla questione dell’umanità e della animalità dell’uomo. Inseguendo, scomponendo e ri-tessendo il pensiero di anticipatori e flaneur ( da Linneo a Bataille, da Haeckel a Kojève, e soprattutto dal Barone Jakob von Uexkull a Martin Heidegger ) , il nostro fliosofo più classico ed originale mette in gioco la posta della feconda necessarietà della noia.

Ora. Del libro d’Agamben posso solo consigliare la lenta degustazione, e basta.
(Anzi no. Posso, devo dirvi almeno che ogni persona che si voglia dire consapevolemente moderna dovrebbe passar qualche giorno in compagnia delle sue ottanta pagine: la faccenda è molto meno marginale di quel che può sembrare a prima vista. Il politico e il civile, la stessa idea di come stare al mondo è indagata. E non fatevi depistare dalla nonchalance, o dall’autoironia spiazzante di GA!)

E se lo avete già letto – che ammaliante paradosso! – allora il libro di Cameron vi si potrebbe squinternar davanti come un exemplum del terzo millennio della radicale noia che ha determinato l’Umanità.

A quale dea rispondono infatti i protagonisti di “Un giorno questo dolore ti sarà utile” se non a quella dello Sbadiglio, che – come la nuvola-yddishMamme di Woody Allen – avvolge e domina, con il suo incommensurabile YAWN, l’apparantemente neversleeping, ma in realtà Bell’Addormentata New York?

John vuole l’amore eterno: e lo cerca sul web.
Mammina non vuol invecchiare: e si sposa per alimentare la propria distruttività.
Papino è un VERO uomo: e si fa un lifting.
Gillian vuole esser un’intellettuale e una vera dura: e dopo la ‘lezione’ viene usata e gettata via.

Resta la Nonna. Altra qualità del legno, direbbe la mia.
Resta James, che nel suo non fare è molto meglio orientato dei suoi coolissimi amici e parenti.

Resta soprattutto la Casa in Campagna, simbolo di un altrove-altroquando che non c’è più, SE c’è mai stato!

Ed è per questo che a me James pare un Caulfield 2000, e “Un giorno questo dolore ti sarà utile” una specie di “Il Giovane Holden”/revisited.

Intendiamoci: Cameron non è Salinger ( se riuscisse a scrivere qualcosa che assomigli per difetto ai racconti del Maestro la Letteratura mondiale avrebbe una chiave in più per aiutarci a capire la contemporaneità, e Peter dovrebbe trasferirsi su Marte per sfuggire ai media e a se stesso ).

Ma certi passi, anche lunghi, della sua prosa in questo romanzo sono eccezionali per bisturica incisione. Penso all’incubo di Washington, agli sguardi sull’Hudson, al percorso di avvicinamento alla Casa di Nonna…

E certe analogie, certi calchi, certe coincidenze… ( ah, il bassotto e la bambina, felici!!! ) , mi suggeriscono di suggerirvi una lettura incrociata e investigativa.

Ecco, l’ho fatto di nuovo: magari uno arriva qui e vuol sentirsi dire che il libro è gradevole, e se ne va (ammesso sia arrivato fin qua) con due sole chiare idee in testa. Primo: è una pizza. Secondo: col fischio che lo compro.

No, amici miei e della bella flottante El-Bet: il libro è (anche) gradevole.

Ed è questa sua anfibità, fra gradevolezza e profondità, che me lo fa consigliare sia ai superficiali (che siano benedetti), sia ai maniacali.

Ah: portatevi dietro un sacchetto di autoironia, sulla panchina o la sdraio dove lo leggerete.
Vi potrebbe essere di grande aiuto, a partire dal titolo…

Bao Bao!

“Il canto della missione”, di John Le Carrè: e tu, di chi sei figlio?

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Dal vero al falso, fra il finto e il verosimile, la sottile linea grigia del’incertezza è spesso la trave sulla quale i nostri occhi si fermano, prendendola per pagliuzza.

Vale tutti i giorni, che ce ne accorgiamo o meno è solo questione di Attenzione.

Ma se leggi un libro di John Le Carrè – quello di Smiley, quello che venne dal freddo – beh, il minimo che tu ti possa aspettare è di venir confuso. Confuso ad arte e poi accompagnato per mano a ritroso lungo il filo del ragno, lungo il filo di un testo che – quando ti sembrerà averti portato al centro- ti avrà lasciato, in effetti, solo al nuovo ingresso del labirinto.

Eppure.

Eppure ci credi.

Eppure ci credo.

Leggendo, anni fa i suoi libri sull’Afghanistan e su Panama, o due romanzi fa quello sulle multinazionali farmaceutiche, mi sono già sentito come adesso, fra il credulon-ingenuo e lo scafato-astuto. Ma, comunque, offeso e umiliato.

Non ci sono certezze nei libri di Le Carrè, tranne quella della miseria umana. Riscattata o umiliata, la natura umana è il protagonista di tutti i suoi libri. Qui, in questo gran buon libro sulla paternità, l’ex soldatino del M5 torna all’Africa.

“Ed è qui che la loro Inghilterra finisce e la mia Africa inizia” – Così si conclude a pagina 350, con una voluta e ironica citazione blixeniana, il libro più doloroso e nobile fra quanti questo settantaseienne abbia scritto.

Non è la prima volta che il signor Cornwell tocca il nervo del rapporto padre figlio. Ma se “Single & Single” era la storia irrisolta di una doppia incomunicabilità, e in “Ronnie, mio Padre” l’esplicito autobiografismo impediva gli approfondimenti che un romanzo consente, questa volta Le Carrè fa onore al suo nom de plume, cogliendo il premio di una puntata rischiosa.

Il “caro defunto Padre” di Bruno, e Noah, il figlio non suo che il protagonista ha sempre in mente, dalla prima all’ultima delle pagine, sono gli estremi di una linea che ha in mezzo – a volte un po’ più di qua, a volte di là – l’interprete qualificato Sinclair. E se pensate che l’altro solo personaggio positivo del libro è una donna nera di nome Hannah, che fa l’infermiera specializzata in Inghilterra, beh, allora capite che più dei nomi, qui, contano i mestieri. Già “Il giardiniere tenace” era un indizio, e questa nuova prova africana è la conferma: per Le Carrè far bene il proprio mestiere è la sola forma di resistenza possibile in un mondo in cui – comunque ti chiami – non sei mai chi dici di essere.

Fra doppi giochi e bugie, libanesi corrotti e Pari del Regno sempre all’oscuro di tutto, fra baroni della stampa arrapati e signori della guerra spietati, “Il Canto della Missione” esibisce tutto il caravanserraglio del CIRCO in tempo di bombe su Londra e intercettazioni satellitari. Ma non fatevi imbrogliare, sono solo burattini, letali ma burattini.
Quel che resta, in questo libro di padri, è la Grande madre Africa. Resta il Congo, con la sua sequenza di soprusi e morte, di sfruttamento e corruzione: se, nel romanzo, il giornale popolare non pubblicherà sul domenicale la vera storia dell’ennesima truffa ai danni dei congolesi, forse il romanzo stesso risveglierà qualche coscienza, inducendo – chissà?- una cuoca a far ben da mangiare, o un taxista a guidare per le strade di una grande città senza scegliere per lucro la strada più lunga.

E proprio come il cliente solitario della trattoria italiana, infastidito dalla volgarità del gruppo vociante, si alza e protesta; proprio come l’interprete decide di smettere di tradurre e scrive il testo della sua vita, forse un lettore di questo libro prenderà la sua piccola-grande scelta, e la porterà fino in fondo, verso la sua Africa.

Pino Roveredo, Francesca Ietri e il Signor Bao.

Questo articolo è stato pubblicato sul giornale di strada -e di cuore e di testa- KONRAD, in distribuzione gratuita nel Friuli Venezia Giulia. Nel numero di luglio agosto ci sono anche cose davvero importanti, però….

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Ricordo ancora bene la scena, ero appena rientrato a casa. Sul tavolo dove lasciamo le chiavi e gli spiccioli trovo una busta bianca, il mio nomecognomeindirizzo a stampatello, nera penna a sfera, con sbaffi. La curiosità, suppongo, mi invita a aprirla subito. “Caro e gentile signor Fiandra…” Quando smisi di rileggere – per la terza o quarta volta di seguito – quelle quattro facciate fitte: solo allora mi resi conto che ero seduto in poltrona con l’impermeabile bagnato ancora addosso.

Il mio primo incontro con Pino Roveredo è stato tramite la sua scrittura. Quando, quella stessa sera, rientrò Cristiana e mi chiese perché avevo quella faccia stralunata, le risposi che avevo ricevuto una lettera da uno scrittore. “Lo conosco? Cosa ha scritto?” – fa lei. “No – le rispondo – , ma se ha scritto qualcosa come ha scritto questa…” Era il 1992. Non ero ancora l’editore della LINT. Quando, pochi giorni dopo, conobbi Pino di persona (un intero pomeriggio al Caffè, per me indimenticabile) , fu dunque il mio secondo incontro con lui.

Nel 1994 un racconto di Pino Roveredo viene pubblicato nella antologia “Tra le rughe” (LINT) : gli altri scrittori erano tutti più noti di lui. Oggi, solo tre di loro lo sono ancora. Nell’estate del 1995, su segnalazione della giornalista e scrittrice Gabriella Ziani, la terza pagina del PICCOLO, curata da Roberto Curci, pubblica a tutta pagina il racconto “Mandami a dire”. Trieste incomincia a conoscere la lingua parlata di un nuovo scrittore, forse il primo a dare voce alla città non borghese, ma a quella popolare. Il giorno del suo compleanno del 1996 esce “Capriole in salita”. Poi i racconti, i testi teatrali, i romanzi… Fino a quando, alla casa editrice Bompiani, la signora Elisabetta Sgarbi scopre il talento letterario e le qualità umane di Pino Roveredo. Escono con altro titolo – “MANDAMI A DIRE” – i racconti in gran parte già pubblicati in “Una risata piena di finestre”. Successo, recensioni ammirate, classifica dei libri più venduti. Settembre 2005: il Premio Campiello va, ex aequo, ad Antonio Scurati e Pino Roveredo. Segue, nel 2006, l’edizione Bompiani di “Capriole in Salita” e infine, un mese fa, “CARACREATURA”, salutato da commenti e prenotazioni in libreria degne di un autore da cui ci si attendono prove di sicura qualità e successo.

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Fine estate 2002, finisco di leggere per la seconda volta un dattiloscritto. La prima volta che l’avevo letto era stato quasi un anno prima. L’emozione estetica che mi aveva lasciato – per la storia che raccontava e per il modo con il quale l’autrice l’aveva saputa scrivere – era stata così forte che avevo deciso, complici anche i momenti di incertezza alla LINT, di lasciar passare un poco di tempo, prima di riprendere in mano, ed eventualmente pubblicare, quel libro. Fine estate 2002, dunque: il mio futuro alla LINT era già un vicolo cieco, e l’impressione di aver appena riletto un ottimo libro, più che degno di venir pubblicato, mi procurava il dispiacere di non poterlo aiutare a venire al mondo nella mia Casa Editrice. Mi promisi di cercargli un’altra, più ospitale Casa, e decisi che adesso era il momento di conoscere anche di persona l’autrice.

Pochi giorni dopo, sotto casa – al CIRCUS, da Diego e i suoi gentili, ben educati, professionali ragazzi e ragazze – quando la vidi arrivare sapevo che era lei. Margherita nel libro, Francesca in carne (poca) e ossa. Altrettanto indimenticabile, quell’incontro, ma molto più silenzioso.

Quest’anno, a maggio, “Dietro lo specchio”, di Francesca Ietri, è stato pubblicato, con la prefazione di Pino Roveredo, da LAMPI DI STAMPA, del gruppo editoriale Messaggerie Italiane. Novecento copie prenotate prima dell’uscita, un interesse che cresce di bocca in bocca, il famoso tam tam fra lettori che nessuna tecnica di marketing sa inventare. Francesca lo aveva scritto, per amore e necessità, a 23 anni. Oggi, laurea in medicina e amore in tasca, ripassa il suo buon francese.

Quel che più mi piace, mi incuriosisce e intenerisce di loro due è la loro specialissima normalità. Sia Pino sia Francesca non volevano fare gli scrittori. In qualche modo non sono, nemmeno adesso, ‘scrittori’.

Le loro sono storie per curarsi, e dunque sono Storie che Curano.

Le persone, i luoghi, i respiri delle cose: nei loro libri anche le righe e gli spazi bianchi hanno l’odore della realtà.

Che sia la storia di una madre che non può accettare di perdere il figlio, o quella di una figlia che non può fare a meno dell’amore di sua madre, quel che conta in “CARACREATURA” come in “DIETRO LO SPECCHIO” è la sincerità, l’immedesimazione. L’assoluta ordinarietà delle vicende raccontate, e la loro assoluta, personale individualità, fanno dei loro diversi romanzi, e delle loro differenti vite, una coppia speculare. Da leggere per andare dietro lo specchio, e trovare la caracreatura che è in noi, che è chiunque altro.

Libri come questi, per lettori accurati e attenti al mondo piccolo quanto a quello grande – i lettori di Konrad, per esempio – , sono preziose, autentiche parentesi nel rumoroso contesto globalizzato che ci confonde. Buone letture.