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Alle 14 e 52

such is life, originally uploaded by Fib.

 

Dolce far nulla:
feconda attività,
felice vita.

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Leggere Jakucho (Harumi Setouchi)

leggere Harumi Setouchi, originally uploaded by luiginter.

 

JAKUCHO, ovvero

Coloro che ascoltano il mondo odono suoni celestiali.

E’ il nome che Setouchi si è data, dopo aver assunto a lungo quello di Harumi.

La scrittrice giapponese, dedicando sin dal nome la propria vita monacale all’ascolto, ha sin da quel momento cercato di andare oltre quella bellezza serena cui HARUMI allude.

V.S. Naipaul, consegnandole nel 2006 il Premio Nonino, così disse….

Jakucho e Bao

 

 

Coincidenza di Luna

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Maria Pia Fusco firma oggi, sulle pagine di Repubblica, un articolo commovente e limpido.

Il racconto di Enrica Fico Antonioni è straordinario per stile e contenuti, e certe sue frasi riempiono meglio di ogni coccodrillo i vuoti che la scomparsa di Michelangelo Antonioni ha generato nel pubblico che ne ama l’opera.

“Non avevo mai visto morire nessuno – dice la donna che ha meglio conosciuto gli anni malati del suo compagno – non un parente…”

Oggi, sul blog Diogene Malamati, ( e qui sotto, nel post che lo ha ospitato su Baotzebao ), DM scrive , fra l’altro:

Solo chi ha guardato la morte evolvere, può aspirare al perdono”.

E ancora:

“Azzardarsi nella morte mentre ne abbiamo la forza, guardare un amico allontanarsi, lasciar andare un fratello. Un esercizio di forza e chiarezza che sono le nostre qualità umane, una piccola azione epperò reale, completa. Tolta di mezzo la paura di morire nessun’altra paura rimane, e pure nessuna speranza. Dobbiamo invece temere la morte, che è dietro alla nostra spalla sinistra, e ci porta via l’opportunità di completare la frase.”

 

“Quella che chiamiamo vita non ha fine, è la memoria quella che si interrompe. Il rischio è tutto nell’incapacità di riconnetterla, o nel dolore di riacquistarla. C’è un momento in cui forse davvero abbiamo una scelta fra le due vie, e a questo dobbiamo essere preparati, per poter cessare di cadere nella stessa vecchia trappola, a perpetuare questa sciocca limitazione. Il momento è quello in cui si interrompe anche la nostra smania di affermare, di voler essere accettati.”

A questo credo alluda Tullio Kezich, che sul Corriere della Sera si chiede dove risiedesse la ferma autoconsapevolezza di Antonioni.

Era la luna piena di Luglio – ierlaltro – ricorda ancora la Fico, un gran bel giorno per morire secondo Diogene, nel suo commento al mio post “Death Point”– scritto ieri sera subito dopo che RAIDUE aveva trasmesso sia Zabriskie Point sia Blow Up – nel quale ricorda la significativa lunatica coincidenza della morte di Ingmar Bergmann e Michelangelo Antonioni sotto la stessa luna.

Ecco.

Tutto qua.

Solo che il post di Diogene Malamati, il cui titolo è “You Know What Light Is” è stato pubblicato ieri, 30 luglio 2007, alle 6 e 17.

 

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Alcune osservazioni: mi ha stupito di non leggere, per il momento, alcun richiamo, nelle pagine dei due giornali citati, allo straordinario rapporto di Antonioni con la musica, e con il Rock in particolare.

A me, dilettante ma appassionato frequentatore di cinema e concerti, pare giusto far notare che pochi hanno saputo scegliere colonne sonore più adeguate alle immagini. Che nessuno, a parte Martin Scorsese e Wim Wenders ( non a caso due fra i film makers più vicini e riconoscenti al Maestro di Ferrara ) ha saputo selezionare per le proprie opere in movimento la musica rock, la sua forza narrante e moderna, con la sua sensibilità e competenza.

E ancora: più che a De Chirico penso a Bonnard, o a Bacon, alla Frida Kahlo, o a certi anonimi Grandi Maestri Cinesi per trovare la chiave del pittore nelle opere in movimento di MA.

Ma ci vorrebbe un CESARE GARBOLI, indimenticabile artefice di letteratura in forma critica, per esser adeguato al tema. Ricordo a me stesso e a chi sapesse a cosa alludo il suo raro, intimo e rivelatore “Pianura Proibita”, (adelphi e Monte Università Parma) per esempio…

Segnalo, infine, tratti da Internet Film Data Base, due omaggi internazionali ad Antonioni: una foto gallery e un documentato articolo sulle canzoni nei suoi film.

E, vi chiedo, se sapete come fare a linkare qui l’articolo di Maria Pia Fusco con la testimonianza di Enrica Fico, fatemelo sapere.

Grazie.

 

 

 

Artù e i suoi 12mila lettori (per non dir delle Bassotte!)

ARTU’ da piccolo, originally uploaded by baotzebao.

 

Cari Lettori e Bassottine carissime,

Questo blog ha quattro mesi e dodicimila visitatori.

Non è che stiamo crescendo troppo in fretta?

A noi Piccoli-ma-Grandi PIACE restar piccoli…

Comunque grazie.

Tra un poco, grazie a Cose, dominieremo la blogsfera!

Attenti a Voi, Pastori Tedeschi e altri Gatti !

Quando Il Gioco Si Fa Duro
I Bassotti Entrano in Gioco!

Un affettuoso BA(ci)O alle ammirattrici

vs. Artù

Diogene Malamati

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Questo testo lo metterà in imbarazzo, un poco.

E gli chiedo perdono se lo espongo a se stesso e ad altri.

Sono (anche) recidivo.

Ma non cercare di condividere le sue bellezze con altri sarebbe per me avarizia, e omissione di soccorso erga omnes – pure.

Le luci che sceglie, i suoni che disegna, le parole che scolpisce.

La ritrosa autoconsapevolezza.

La paura vera di esistere.

La vera gioa di vivere.

Qui sotto, in corsivo, la sua più recente prova d’amore e riconoscenza.

Su in alto, alla voce DIOGENE, un’antologia e un costante collegamento.

Con riconoscente gratitudine, e compassione.

YOU KNOW WHAT LIGHT IS

Solo chi ha guardato la morte evolvere, può aspirare al perdono. La mancanza di vita, questo è necessario aver sentito, per conoscere i nostri simili. Sta tutta nella estinzione della nostra faccia la nostra capacità di compassione, nell’assenza di questa buffa identità falsamente privilegiata, nella abrogazione della comunità esclusiva. Che la morte apre la porta, per un breve momento eterno, prima di chiuderla, e sono pochi gli strumenti che ci servono allora.

 

Azzardarsi nella morte mentre ne abbiamo la forza, guardare un amico allontanarsi, lasciar andare un fratello. Un esercizio di forza e chiarezza che sono le nostre qualità umane, una piccola azione epperò reale, completa. Tolta di mezzo la paura di morire nessun’altra paura rimane, e pure nessuna speranza. Dobbiamo invece temere la morte, che è dietro alla nostra spalla sinistra, e ci porta via l’opportunità di completare la frase.

 

Quella che chiamiamo vita non ha fine, è la memoria quella che si interrompe. Il rischio è tutto nell’incapacità di riconnetterla, o nel dolore di riacquistarla. C’è un momento in cui forse davvero abbiamo una scelta fra le due vie, e a questo dobbiamo essere preparati, per poter cessare di cadere nella stessa vecchia trappola, a perpetuare questa sciocca limitazione. Il momento è quello in cui si interrompe anche la nostra smania di affermare, di voler essere accettati.

 

Questa luce, la giusta luce, è quella che ci permette di accettare noi stessi. A volte dobbiamo davvero attraversare il pianeta per venirne toccati, per esserci esposti. E’ una luce che splende quando davvero siamo disperati, oppure quando la gioia più autentica si impossessa di noi. Quando il terrore della nostra condizione ci prende, quando una visione angelica ci riempie di speranza. E’ la luce che illumina il posto che ci appartiene di più. Lo sappiamo tutti.

 

Un saluto ad Ingmar Bergman (1918-2007)
e uno a Michelangelo Antonioni (1912-2007)