“Il canto della missione”, di John Le Carrè: e tu, di chi sei figlio?

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Dal vero al falso, fra il finto e il verosimile, la sottile linea grigia del’incertezza è spesso la trave sulla quale i nostri occhi si fermano, prendendola per pagliuzza.

Vale tutti i giorni, che ce ne accorgiamo o meno è solo questione di Attenzione.

Ma se leggi un libro di John Le Carrè – quello di Smiley, quello che venne dal freddo – beh, il minimo che tu ti possa aspettare è di venir confuso. Confuso ad arte e poi accompagnato per mano a ritroso lungo il filo del ragno, lungo il filo di un testo che – quando ti sembrerà averti portato al centro- ti avrà lasciato, in effetti, solo al nuovo ingresso del labirinto.

Eppure.

Eppure ci credi.

Eppure ci credo.

Leggendo, anni fa i suoi libri sull’Afghanistan e su Panama, o due romanzi fa quello sulle multinazionali farmaceutiche, mi sono già sentito come adesso, fra il credulon-ingenuo e lo scafato-astuto. Ma, comunque, offeso e umiliato.

Non ci sono certezze nei libri di Le Carrè, tranne quella della miseria umana. Riscattata o umiliata, la natura umana è il protagonista di tutti i suoi libri. Qui, in questo gran buon libro sulla paternità, l’ex soldatino del M5 torna all’Africa.

“Ed è qui che la loro Inghilterra finisce e la mia Africa inizia” – Così si conclude a pagina 350, con una voluta e ironica citazione blixeniana, il libro più doloroso e nobile fra quanti questo settantaseienne abbia scritto.

Non è la prima volta che il signor Cornwell tocca il nervo del rapporto padre figlio. Ma se “Single & Single” era la storia irrisolta di una doppia incomunicabilità, e in “Ronnie, mio Padre” l’esplicito autobiografismo impediva gli approfondimenti che un romanzo consente, questa volta Le Carrè fa onore al suo nom de plume, cogliendo il premio di una puntata rischiosa.

Il “caro defunto Padre” di Bruno, e Noah, il figlio non suo che il protagonista ha sempre in mente, dalla prima all’ultima delle pagine, sono gli estremi di una linea che ha in mezzo – a volte un po’ più di qua, a volte di là – l’interprete qualificato Sinclair. E se pensate che l’altro solo personaggio positivo del libro è una donna nera di nome Hannah, che fa l’infermiera specializzata in Inghilterra, beh, allora capite che più dei nomi, qui, contano i mestieri. Già “Il giardiniere tenace” era un indizio, e questa nuova prova africana è la conferma: per Le Carrè far bene il proprio mestiere è la sola forma di resistenza possibile in un mondo in cui – comunque ti chiami – non sei mai chi dici di essere.

Fra doppi giochi e bugie, libanesi corrotti e Pari del Regno sempre all’oscuro di tutto, fra baroni della stampa arrapati e signori della guerra spietati, “Il Canto della Missione” esibisce tutto il caravanserraglio del CIRCO in tempo di bombe su Londra e intercettazioni satellitari. Ma non fatevi imbrogliare, sono solo burattini, letali ma burattini.
Quel che resta, in questo libro di padri, è la Grande madre Africa. Resta il Congo, con la sua sequenza di soprusi e morte, di sfruttamento e corruzione: se, nel romanzo, il giornale popolare non pubblicherà sul domenicale la vera storia dell’ennesima truffa ai danni dei congolesi, forse il romanzo stesso risveglierà qualche coscienza, inducendo – chissà?- una cuoca a far ben da mangiare, o un taxista a guidare per le strade di una grande città senza scegliere per lucro la strada più lunga.

E proprio come il cliente solitario della trattoria italiana, infastidito dalla volgarità del gruppo vociante, si alza e protesta; proprio come l’interprete decide di smettere di tradurre e scrive il testo della sua vita, forse un lettore di questo libro prenderà la sua piccola-grande scelta, e la porterà fino in fondo, verso la sua Africa.

7 pensieri su ““Il canto della missione”, di John Le Carrè: e tu, di chi sei figlio?

  1. luciano / il ringhio di idefix

    Ero incerto se comprarlo o no (non sempre Le Carrè mi convince), ma mi hai incuriosito molto. D’altra parte, dopo tanti anni, ancora non ho capito se Le Carrè mi piace davvero oppure no, se lo leggo con soddisfazione oppure no, se trovo i suoi romanzi pieni di suspense oppure no. Boh. Ma forse anche quest’enigma fa parte del fascino di quest’uomo, di questo scrittore.
    Non c’netra nulla, ma attacco qua un link al mio blog: http://lucianocomida.blog.kataweb.it/il_ringhio_di_idefix/2007/07/slavoj-zizek-fi.html

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  2. marianna micheluzzi

    Ho appena iniziato a leggere”il canto della missione”.Ne ho letto 100 pagine.E’ la prima volta che leggo un libro di Le Carrè e devo dire che ha uno stile travolgente. Ti coinvolge dalle prime battute.Poi c’è l’Africa in questo protagonista,in tutti i risvolti culturali, caratteriali e di costume. Un’ Africa che amiamo e che vorremmo vedere esente dalle sue inguaribili piaghe:sottosviluppo,corruzione, malattie.E’ un libro che in molti dovrebbero leggere per capire quanta ipocrisia si cela negli accordi bilaterali e multilaterali di certa “cooperazione” politica.
    Per chiedersi seriamente se c’è un altro modo per aiutare l’ Africa a salvare se stessa e sopratutto a salvarsi dai tanti aiuti sospetti che l’Occidente vuole propinarle.
    In un convegno, anni fa, mi fu consegnato un gadget con la sagoma del Continente Nero.C’era scritto in basso: “Non dimenticarmi”.Ebbene io tutte le volte che leggo dell’ Africa,dei suoi stupendi Paesi e posso scriverne, lo faccio proprio perchè nessuno dimentichi il debito che abbiamo nei suoi confronti,un debito materiale e morale. Africa,culla dell’umanità, ti amo.
    Marianna Micheluzzi

    All’invio mi viene detto che ho già scritto questo commento ma ,mi spiace, non è così.

    Rispondi
  3. baotzebao Autore articolo

    Cara MM,

    scusi la mia inconpetenza blogghica…

    alla fine sono riuscito a recuperare il suo commento.

    non sono mai stato in Africa, nè ho nobili sentimenti terzomondisti, ma anche a me sia questo che l’altro libro di Le Carrè ambientato nella culla dell’umanità, sono piaciuti molto proprio per le ragioni che lei descrive.

    SE le interessa, il titolo è “IL GIARDINIERE TENACE”.

    Grazie del passaggio

    Rispondi
  4. marianna micheluzzi

    Caro Baotzebao mi fa piacere che mi abbia suggerito un altro libro di Le Carré. Appena possibile me lo procurerò. Quello che dico a proposito dell’ Africa è qualcosa che sento profondamente da sempre, dalle prime letture adolescenziali, che poi ho alimentato con studi più seri sul volontariato e la cooperazione internazionale. Certi interessi nascono proprio così magari dalla lettura di un romanzo. Le dirò di più a proposito di letture.Per prepararmi, anni fa, a ricevere una coppia di volontari di rientro dall’Africa, nel giro di una settimana lessi “Essere ed Avere” di Fromm.Fu molto utile negli argomenti di conversazione che poi avemmo. E l’autore poi è diventato un cult per me.
    Buona notte! M.M.

    Rispondi
  5. marianna micheluzzi

    Sono arrivata finalmente a pag.350! Qualche parola di commento.
    Si tratta di un prodotto ben confezionato.Mi aspettavo più sequenze descrittive ma probabilmente non è nello stile di Le Carré.Bellissime le pagine finali dove si descrive la città di Bukavu.Esattamente come i miei amici che l’hanno visitata mi hanno raccontato.Molte invece le sequenze narrative e dialogiche.Interessante l’inserimento di brani di traduzione del protagonista,riferimenti a messaggi telefonici,lettere. Le riflessioni scaturiscono dalla comprensione del contesto.La parte relativa al summit nell’isola è piuttosto farragginosa e lenta nel ritmo narrativo.Stanca un po’.Il problema affrontato non certamente sconosciuto ossia la corruzione in Africa ed in Europa.Gli arricchimenti illeciti.Altro spaccato che emerge è la violenza gratuita nel Continente Nero.Mi riferisco agli stupri e alle morti inflitte agli avversari solo perchè appartenenti ad etnìe diverse. A dimostrazione di quanto lì valga poco la vita umana.
    Un libro che va comunque letto per capire sempre un po’ di più. Un esempio? Non sapevo della rivalità tra Ruwandesi e congolesi. M.M.

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  6. marianna micheluzzi

    Parliamo un po’ dei personaggi femminili de “Il canto della Missione”.
    Hannah, la donna di cui s’innammora il protagonista, non è tratteggiata come avrebbe potuto.Sappiamo cosa fa, i suoi ideali, l’amore per il figlio.Dobbiamo dai fatti farci un’idea del personaggio.Ancor peggio Penelope,la ricca borghese,moglie di Salvo.Appare in trasparenza,direi. C’è e non c’è come poi è realmente nella vita di Salvo. Le altre figure femminili compaiono di passaggio dall’amica di Hannah,Grace, alla padrona della pensione dove Salvo e Hannah si rifugiano dopo il ritorno di lui dall’isola.
    Mi chiedo: perchè Le Carrè da così poco spazio ai personaggi femminili?

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