La fortuna dei Meijer, di Charles Lewinsky

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Dico di me di Essere (anche) Ebreo.
Lo dico da prima di aver letto il libro di Arturo Schwartz.

Nella mia autobiografia, ambigua e imprecisa come ogni autobiografia, e tuttavia indiziaria, lo avevo scritto già molti anni fa.

Ma sono (perlopiù) Ebreo.

Me lo dicevo fra me – più sconsolato che orgoglioso – anche ieri mattina, mentre rientravo a casa dopo aver replicato con una citazione alla maledizione che mi era stata scagliata addosso:

“ Certo, Valerio, e ricordite: i xè tuti contro de noi. Tutti sono contro gli ebrei”.

“Quando moriva ritornava, sempre”, avevo mormorato, come Charles Lewinsky scrive, alla fine e al principio di “La Fortuna dei Meijer”.

Non credo che saprà mai cosa volevo dirgli.

Eppure mi ero avvicinato a lui con la sola intenzione di suggerirgli di leggere proprio questo libro, di cui voi vi aspettate qui una recensione, un resoconto, una lettura.

Eh.

Mi ero alzato abbastanza tardi, rispetto alle abitudini, erano infatti già le 8 e un quarto ed ero solo al mio secondo caffè, il primo espresso.

Con me gli occhiali scuri, il tabacco le pipe i fiammiferi, e il libro.

Davanti alle vetrine del negozio Nacmias di Via delle Torri vedo due uomini che parlano fra di loro. Conosco entrambi da molti anni. So come la pensa l’esuberante, generoso commerciante. Ero dunque indeciso se avvicinarmi loro, e dir loro ciò che mi passava per la testa.

Sui giornali, ieri, le prime pagine dicevano della reazione dell’Osservatore Romano alle parole di Non Mi Ricordo Come Si Chiama Rivera. Ma era dal pomeriggio del giorno prima che quelle parole mi avevano fatto male, e per antidoto ero ricorso alle ultime 200 pagine di “LFDM”

So che a qualcuno, a molti probabilmente, parrà strano, e stupido: io prendo certe parole come fossero botte su di me.

Deve essere la mia inadeguatezza. Vi prego: niente commiserazioni, per favore. Non fiori, ma parole autentiche.

Al massimo sospendete di leggere, e ascoltate, cheneso, “A Simple Twist of Fate”.

Ci vediamo – se volete, se ci riesco – di nuovo qui, prossimamente….

Eccomi.

Ero. Ero arrivato dunque alla decisione di avvicinarmi loro solo per suggerirgli di leggere questo libro. Questa pacata, popolare cronaca, questa sfilata di personaggi comuni, questa misurata saga familiare che narra le vite dei Meijer, la loro sommessa e testarda vitalità, le loro certezze sempre in pericolo e quel sorriso, quel sorriso negli occhi, quei sorrisi di coloro i quali, come autorevolmente è stato scritto, “…sanno di non poter esser mai del tutto vinti.”

Come il liquido dorato – custodito dal Tantalo di cui si sono perse le chiavi che attraversa tutto il libro – , – come l’olio benedetto che dura oltre, oltre all’atteso, oltre alla fine, che evapora ma non si consuma – ciò che resta di questo libro non è nelle storie affatto speciali di Janki, Chanele, Arthur, Mimi e tutti gli altri personaggi che ne popolano le pagine. Ciò che resta è la netta sensazione che niente – nemmeno la Shoah che l’ultima delle cinque parti già annuncia, ma di cui il libro non dice quale sorte riserverà ai loro discendenti e amici – niente vincerà per sempre e del tutto lo spirito dell’ebraismo.

Anche nell’invettiva di chi mi ha ammonito ieri mattina – vendicativo solo perchè chi non ha subito l’offesa non può saper davvero perdonare, mentre ogni vero perdono non può che essere individuale – anche e soprattutto in quelle rancorose parole, io, Valerio, io (perlopiù) ebreo, posso riconoscere, posso capire, posso perdonare. Chi sente ogni offesa come un pugno in faccia, non solo quelle contro la sua (perlopiù) visibile – la mia di ebreo, la tua di zingaro, di donna, di cristiano, di musulmano, di bambino, di nero… (ce n’è stati, ce n’è, ce ne saranno per tutti, a turno…) – solo chi sente se stesso offeso (anche) per le parole e i delitti ad altri rivolti può davvero perdonare.

Niente di trascendentale in tutto questo, non per me.

Chiedo scusa a chi si sentisse offeso. Sono un ebreo spinoziano. Tendenza Groucho.
Eppoi il Vecchio Hillel lo ha ben detto già qualche migliaio di anni fa:

“ Se non sarò per me, chi mai sarà per me ?
Ma se sarò solo per me, chi mai sarò?
E se non ora, quando? ”

 

PS:

Non voglio, non posso non dirvi di non mancare l’occasione di leggere di come papà Zalman si va a riprendere Ruben. O di quel Kaddish sulla tomba di Alfred, sotto alla croce. O degli amori di Arthur. E delle astuzie di Chanele. Della fiducia di Hillel. Della Voce di Melnitz… Già: Melnitz, come il titolo originale del libro, quello zio che quando moriva tornava, sempre…

 

Una bella, meno personale ma più convincente recensione,

di Federica Furbatto, qui: http://www.tifeoweb.it/pws/index.php?module=article&view=813

 

 

 

2 pensieri su “La fortuna dei Meijer, di Charles Lewinsky

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