“chi è Francesca?”, di Pino Roveredo

INCREDIBILE!!!! Da martedì 9 maggio, dopo le 19, Francesca Ietri parla .

http://www.rvnet.eu/fuoritesto/009/play

E’ una riservata, laconica, eloquentissima intervista, nella quale ancor più della ‘storia’ che racconta il libro

emerge lo stile e l’intenzione artistica dell’autrice.

 

 

Qui, sotto la fotografia, la prefazione che Pino Roveredo ha scrittoper il romanzo “Dietro lo specchio”, di Francesca Ietri, pubblicato da Lampi di Stampa.

( http://www.lampidistampa.it/ )

A Trieste il libro è in vendita da EINAUDI, da FENICE, SVEVO e MINERVA

Domenica 29 aprile, pomeriggio verso le 17, al posto delle fragole, a san giovanni, a Trieste, Francesca non ha parlato del suo libro.

La fedele cronaca del pomeriggio: https://baotzebao.wordpress.com/2007/05/02/margot-in-the-skies-with-iris/

francesca-ietri.jpg

La prima volta che ho incontrato Francesca, è stato dentro le righe di un suo manoscritto, lo stesso che, ieri con l’ipotesi della speranza, e oggi con la certezza della verità, è riuscito ad acquisire l’onore della stampa e l’abbraccio della copertina.


Quel manoscritto me l’aveva passato Valerio, uno che, come pochi, per tanta conoscenza e passione, ha acquistato nel tempo un ottimo fiuto letterario. Tanti, io compreso, dobbiamo al suo naso il nostro destino di scrittori. Ecco, ricordo che lui, quando mi consegnò la scrittura, accompagnò il passaggio con una calorosa e ripetuta raccomandazione:
Pino, ti prego tanto, leggilo con cura!


Rammento che, con cura, mi sono infilato nell’imbocco del primo capitolo, e quasi subito, come previsto dall’amico, ho provato la sensazione magica della cattura.

Più distribuivo lo sguardo su quella storia, e più mi sentivo circondato e accerchiato da uno stato d’animo già vissuto, provato, pagato. Uno stato d’animo con la capacità di un milione d’indirizzi e l’abilità di una destinazione unica: la fatica della tristezza. Tristezza arrogante e pesante, soprattutto quando decide di sbattere contro le pareti di un malessere senza trovare il sollievo di una piccola, o minima buona salute. Rammento anche che, con cura, girando dentro quella confusione d’umori, scivolando sulle virgole, rimbalzando tra le righe, e pestando il mio sapere contro quelle pagine che conoscevo anche senza averle mai lette, mi è cresciuta dentro la curiosità anche la voglia assoluta di ribaltare un punto di domanda. Sì, un punto di domanda…


Ma come sarà mai, questa Francesca?

Per quello scrivere e vivere, Francesca…

Sarà alta come una burrasca, rabbiosa come la tempesta, malinconica come la pioggia, o piegata e rassegnata come un inverno, oppure distante e distratta come un’estate ammalata d’amnesia che, maledizione a lei, ogni volta si dimentica di succedere. Come sarà questa Francesca?

Sarà come un albero sottile che mescola il ramo secco e il ramo sano, e sopra, come un gioco, fa rimbalzare un frutto che non si riesce a cogliere, eppure basterebbe il piccolo sforzo della punta di una scarpa, o la fatica di un piccolo, minimo, impercettibile salto. Come sarà questa Francesca?
Sarà come un carnevale senza espressione e senza maschera, che distribuisce coriandoli di malinconia, perché tutti devono ve- dere e capire che vivere e ridere, quando non si ha la libertà di sfogare i colori, facile che diventi un castigo della vita. Come sarà questa Francesca?
Sarà una figura da esibire in giro con sopra sparsi i spigoli dell’offesa, avrà i capelli lunghi come uno stato d’animo e magari tin- ti col colore dell’umore: viola per stupire, verdi per arrabbiarsi, neri per rinchiudersi… Avrà le unghie come artigli dipinti con lo smalto rosso della furia, buone per difendere quella carezza chiusa nella mani, carezza preziosa come un tesoro, e per questo, così difficile da distribuire…


La seconda volta che ho incontrato Francesca, è stato grazie ad un appuntamento dato una mattina a Trieste in via Battisti, all’esterno del Caffè San Marco, il Caffè dei letterati.

Era inverno, c’era il sole, e c’era un sottozero talmente arrogante da bloccare il movimento della bocca e l’intenzione della parola. Ci presentammo col monosillabo. Poi, grazie alla difficoltà materiale di trovare un parcheggio e la tacita ma condivisa volontà di allontanarci dalla confusione, ci dirigemmo verso la periferia e ci fermammo in un posto che ad entrambi, per un intreccio di storie vissute col fiato stanco del disagio, era abbastanza noto: il piccolo bar nel comprensorio dell’ex manicomio di San Giovanni. Nel piccolo locale, dentro il viavai tranquillo di avventori conosciuti, ricordo di aver ribaltato il punto di domanda e di essermi concesso finalmente il piacere curioso di guardare, svelare… Come è questa Francesca?


Francesca è una ragazza lieve, delicata, sottile. La guardi e addosso provi la sensazione leggera di una piuma, di una danza, o provi la premura attenta che si dedica alla delicatezza del cristallo. Francesca parla poco, parla lento, e anche gli argomenti pesanti li tratta col riguardo del sussurro. Lei concede tutto a piccole dosi, eppure quello che ricevi ti sembra sempre un’enormità. Il sorriso è uno stato d’animo, la smorfia un parere, e il silenzio il dubbio di un com- mento che conosce solo lei. Francesca veste con gli abiti neri del tormento, e come se volesse disegnare la voglia di un contrasto, esibisce la timidezza di una pelle bianca fino a colpirti lo stupore. Anche gli occhi, come quelli dei gatti, sono fissi come la curiosità, e non abbassano mai le palpebre, perché impegnati a sorvegliare la vita che gli gira intorno. Come mi sono sentito solidale con quello sguardo, con quelle palpebre immobili, che hanno raccontato e scritto le scorciatoie di una cronaca che è stata mia e di chissà quanti Francesca racconta le salite della sua vita con l’uso sottile del bisbiglio, quasi a chiedere scusa del suo invadere, lasciando negl’occhi dell’osservatore che raccoglie la scrittura e la figura, la capacità di trattare la sorpresa e il riposo, la disgrazia e il sollievo, l’ipotesi del volo e la fatalità dell’inciampo, con lo stile dello stesso tono e suono, o con la stessa mano che ha imparato a schiaffeggiare con la carezza, o accarezzare con lo schiaffo. Francesca, quando racconta la sua rivoluzione, riesce come pochi, a farlo in punta di penna. Bisogna leggerla con cura, Francesca, e quando si entra nelle sue pagine, bisogna farlo con la cortesia di bussare, perché solo con questa attenzione si può poi condividere il dolore, la speranza, la fatica e la rinascita di chi è riuscito a narrare la sua pelle con la soluzione straordinaria dell’amore, e sempre con la voce forte e chiara… del bisbiglio.


Con cura… Io ho letto Francesca con gl’occhi del cuore, quelli che non riescono a schivare la superficialità, e sono condannati a riempirsi il sapere con la verità che gli arriva addosso. Io ho letto Francesca, inciampando sui miei stessi inciampi, sulle mie stesse capriole, e su quella stessa malinconia angosciante che, con la forza dei prepotenti, ti dipinge e costringe la fatica della vita. Io ho letto Francesca, rammentando i miei treni persi, e quegl’eterni saluti da spettatore che sospiravano sulle partenze altrui e giuravano a santi senza cielo di cambiarsi la storia. Io ho letto Francesca, e lo stomaco ha protestato il dolore del cazzotto, e per questo ogni tanto ho scongiurato il riposo di una buona, discreta, minima, o almeno sopportabile salute. Io ho letto Francesca, e gl’occhi hanno strappato dal petto l’urgenza del pianto, e i muscoli hanno rovistato nell’affetto e hanno afferrato la voglia assoluta di un abbraccio. Io ho smesso di leggere Francesca, e ho chiuso i suoi occhi nei miei occhi, e nel buio dove gira la rinascita, ho esaudito il piacere di abbracciarla, e dire, senza averglielo mai detto…


Ti voglio tanto bene…Francesca.

Pino Roveredo

Domenica 29 aprile, pomeriggio verso le 17, al posto delle fragole, a san giovanni, a Trieste, Francesca non parlerà del suo libro.

3 pensieri su ““chi è Francesca?”, di Pino Roveredo

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