GIOCHI SACRI, di Vikram Chandra: paisa fasul.

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È stato domenica 15 aprile, prima mattinata. Avevo già doppiato Capo Ottocentopagine del libro-continente che Vikram Chandra ha ambientato nel suo d’origine, l’indiano, alludendo però al pianeta terra nel suo insieme, multicontinente, multi-contenente e anche multi-incontinente, if you know what I mean.

Un momento, però: ho precisato che è stato domenica, e ho quasi indicato l’ora esatta.

Qui ogni dettaglio conta, perciò non fatene una questione di tempi, questa è una questione di tempo. Io ce ne metto tanto per leggere, rileggere, pensarci e (talvolta) scriverne, o parlarne. Voi, per favore, metteteci quello per leggermi. Se poi avete già letto il libro, i libri di cui sto per dirvi, bene; se invece deciderete, dopo aver letto me, di leggere Chandra e/o gli altri, meglio ancora. Come già detto, l’unico modo di ben commentare, di ben recensire un libro, è leggerlo bene. Dunque mettetevi comodi, o smettete di leggere. Potete anche rimandare la lettura di queste righe, se vi interessano quel tanto da metterci un poca d’attenzione, ma vi prego mollate adesso se qui cercate la formuletta per decidere se il libro merita o no i 22 euro che costa comprarlo. Avete 22 minuti di tempo da spendere? Questa è la domanda. Che poi. Per il piacere di contraddirmi ve la dico, la formuletta: Paisa Fasul, “GIOCHI SACRI”, di Vikram Chandra, è paisa fasul.

Bene, adesso che ci siamo tolti di mezzo tutti (?) quelli che non hanno tempo da perdere, mi perdo volentieri il mio. Libenter, in latino. Che quella radice libe mi piace proprio, sa di libertà e di libro, e anche di carezza e libagione, ma qui il gioco di parole mi ubriaca e mi censuro, ammettendo di abusare della mia provata incompetenza. O insomma! La rete sarà for free e di tutti, ma questa casa è anche mia, e visto che ci state a gratis pagate in attenzione – o in compassione, almeno! E se a te manca tempo prendine un po’ del mio, che tanto ne ho tanto, ne ho troppo e non ne ho abbastanza.

Avevo già doppiato, dicevo, Capo Ottocentopagine, che l’altro libro che avevo portato a prender aria buona a Kontowood mi ha chiamato. Ne avevo già letto alcune pagine, nitide e dense, la sera prima. Ma la stanchezza degli occhi, e la consapevolezza del mio affaticato palato mentale mi avevano consigliato di rimandare la lettura a momenti più prensili. Dunque: domenica, ore otto circa, giardino, glicine in fiore, sole ancora tiepido e dolce bavisela, sapore di caffè in via di asciugamento, via tabacco Squadron Leader; la Savinelli ’76 tira che sembra una canna da zucchero. Prendo su “TRADIMENTO”, di Adam Zagajewski (30 euro, Adelphi), e apro all’indice. Avevo letto già il testo che dà il nome alla raccolta ( ve ne darò conto altrove, forse: mi piace divagare, ma con juicio ), e un paio di altri brevi saggi. Quello di pagina 201, però, “Due difetti della letteratura”, è tanto bello breve e opportuno, proprio qui e adesso, da obbligarmi alla sua integrale trascrizione, dopo aver letto la quale, vi imploro, sospendete la lettura di questo mio esercizio e riflettete, per un paio di minuti almeno, sulle righe che state per leggere. E magari rileggetele, come ho fatto io prima di tornare all’indice, domenica scorsa, puffando fuori il fumo, puffando dentro il tabacco :

DUE DIFETTI DELLA LETTERATURA

1. Quando lo scrittore si occupa soltanto di se stesso, delle proprie debolezze, della propria vita, e si dimentica del mondo oggettivo, di ricercare la verità.
2. Quando lo scrittore si occupa soltanto della verità, della realtà oggettiva, della giustizia, di giudicare uomini, epoche e costumi, e si dimentica così di se stesso, delle proprie debolezze, della propria vita.

Torno all’indice. Un titolo mi incuriosisce più degli altri, per via del fatto che in GIOCHI SACRI ero alle pagine in cui i giochi dei servizi segreti indiani stavano facendo virare la barca verso rotte doppio-triplo giochiste: “Istruzioni per la Polizia Segreta”. Sono dieci pagine. Se fossi il mago che vorrei essere, che mai del tutto mi rassegnerò di non poter più essere, adesso, nelle vostre, nelle tue mani comparirebbero proprio quelle dieci pagine. Tu potresti leggertele in pace, ( e lo farei di nuovo anche io ) così dopo potrei passare avanti. E svelarti perché e come un libro di quasi 1200 pagine mi si è svelato a causa di quelle altre dieci. Che poi. Per me, e in quel momento, sono state quelle dieci; per te, nel tuo momento, magari altre dieci, o tre, o trecentotre. Ogni lettura è di rimando ad un’altra: sono io, sei tu che facciamo loro da tramite. Le parole servono, sono servitrici: io, tu, noi siamo, dovremmo essere i loro responsabili signori. Ma mago non sum, solo lettore sono. Dunque mi esercito a raccontartele, quelle dieci, prima di portarti con me a visitare le altre milledue.

“Istruzioni per la Polizia Segreta” è un’immaginaria lezione di comportamento per plausibilissimi poliziotti di uno stato totalitario. Contiene sia suggerimenti pratici che sfondo etico ad uso di chi è chiamato a impedire, reprimere, ostacolare e possibilmente eliminare ogni afflato di libertà dalla prassi e dalle attese di un popolo. L’autore sa bene di cosa parla, è un capo ben sperimentato, ha formato centinaia di agenti, il dubbio è per lui parola sconosciuta. Il suo Promemoria, le sue Istruzioni per l’uso sono strumenti di assoluto realismo, di efficace aderenza al comportamento umano. Dicono che la forza è tutto, le idee sono nulla. Che gli uomini sono portati all’obbedienza cieca. Che la paura vince ogni cosa, altro che l’amor. Che uccidere è umano, sacrificare la propria vita stupido. E cita filosofi, eh! Argomenta con efficacia, suadente e imperioso, irridente e sicuro. E procede, inesorabile, fino al fervorino finale per i suoi provetti poliziotti totalitari: siate fieri del vostro compito, raccomanda paternamente loro, e attenti a non dubitare mai della giustezza delle vostre ragioni. “Siate inflessibili. – conclude – Niente illusioni.”

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Bang!

Sto, le pupille stanno su quelle due parole: “Niente illusioni”. Alzo lo sguardo. Chiudo il libro. Resto così per un poco, a me sembrò parecchio, ma non deve essere stato più di un minuto. La pipa ha smesso di tirare. La appoggio sul tavolino. Acchiappo il tomo Mondadori, vado a cercare un passo, una manciata di righe. Eccole. Accendo un mezzotoscano, il respiro deve adattarsi alla frenesia, ora, dopo aver conciliato, prima, la lentezza. Il vecchio K.D., morente nel suo letto d’ospedale, sta perdendo la testa. Confonde la realtà ( sta morendo, lo sa, e Anjali – la brava figlia del suo maestro d’ombre, ‘maledetto’ Mathur – sta cercando nella sua lunga e acutissima esperienza da ‘Grande Giocatore’ un ultimo aiuto per collegare i pochi misteriosi fatti noti a proposito della morte del gangster Gaitonde, all’ancora incerta, ma incombente minaccia di esplosione nucleare di cui l’ispettore Sartaj ha già fiutato l’acre puzza della miccia) con i ricordi di una vita frammentata e solitaria, dedita tutta all’analisi, allo studio delle coincidenze, alla misura della forza da utilizzare a seconda delle esigenze puntuali e di quelle di ampio raggio. K.D. , ( uno stretto parente letterario di Caro Cogoj/Caro Ulcigrai – l’eroe polimorfo di Claudio Magris in “ALLA CIECA”, romanzo eccezionale di storia/storie persone/personaggi fatti/finzioni – che nemmeno il Tempo può ostacolare nelle sue metamorfosi, apparizioni, affioramenti visioni sparizioni e inabissamenti… ) , K.D. sa come vanno le cose. Sa com’è il mondo. Non si illude, nemmeno lui. Ma è flessibile, questa è la differenza che conta. E’ flessibile, adattabile, aperto e vitale perché sa che solo così può cercare di interpretare il mondo, e salvarlo, qualche volta, anche se per poco tempo, e solo fino alla prossima crisi. E così, da un particolare di plastica, da una connessione temporale, il vecchio, morente ma ancora presente, flessibile poliziotto di stato saprà trarre l’intuizione che metterà sulla strada giusta Anjali e Sartaj.

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Ed ecco, soprattutto, che la straordinaria e amarissima parodia del polacco Zagajewski – che mostrandoci l’umiliazione della libertà, i diritti umani ridotti a liquame nello scolo del mondo, riscuote i liberi lettori del suo Manuale dall’immobilità che ci afferra e blocca quando vediamo il dispiegarsi della brutalità – mi consegna anche la chiave per entrare nel mondo dei “Giochi Sacri” di Chandra: è bastato un risuonar di parole, e l’eco dei pensieri da loro propagata, se non nell’aria almeno nel vuoto fra le mie tempie assiso. Non un romanzo alla Dickens, alla Stendhal (piano con le facili somiglianze apparenti, e attenti alle inconfrontabili forme espressive), non un “Padrino” made in India ( ah, l’immaginario storpiato da Hollywood!), e nemmeno un Le Carrè post undici settembre. (Se proprio avete bisogno di una cine-citazione, beh, andatevi a rivedere certi film di Scorsese, o meglio ancora il Leone di “C’era una volta in America” : con quel De Niro che per molto tempo “…è andato a letto presto”, con le sue raffiche di mitra sulla struggente “Amapola”, con Deborah bambina danzante/adulta piangente, con la sua fine confusa nell’inizio, il suo oppio, il suo pervicacemente cercato, e sempre mancato oblio. E troverete assonanze nelle star di Bollywood, nell’ascesa e nella caduta di Gaitonde Ganesh, nel cibo speziato, nella musica incalzante, nelle corruzioni reciproche, nelle obbedienze tribali, nei coraggi sfrontati, nelle miserie da casupola di fango e in quelle da marmi italiani firmati Gucci).

Vikram Chandra ha scritto ricordandosi di se senza dimenticare il mondo.
Ha scritto il romanzo del disordine che ci spaventa, sfuggendo a ogni tentativo di essere incanalato.
E della possibilità che resta, al suo ispettore sikh, ma anche a noi, di non venir buttati via come rifiuti. E nello stesso tempo mostra un modo umano e responsabile per cercare di sfuggire alla tentazione di farci afferrare da meccanismi pseudorivoluzionari, stupidi, terroristici nei linguaggi se non nelle azioni. Scrivo queste ultime righe – che metto in corsivo grassetto per identificarle dalle altre, dedicate al libro di Chandra – come prima, calda risposta all’ ‘appello’ che un post su bora.la rilancia, per ora senza altro commento che il mio, e che trovo esemplare, per la sua forma e per la sua sostanza, dei comportamenti da fascisti di sinistra che denota.

“Giochi Sacri” è un romanzo che parla della vitalità del “Nullah”. Che è “il canale dove spesso defluiscono le fogne”, come recita il lemma del glossario che occupa le ultime pagine del libro. Dove troverete anche la traduzione italiana di paisa fasul. Così adesso dovreste proprio andare in libreria, sfogliare il libro, andare a vedere cosa vuol dire. Ma poi compratelo, portatevelo a casa, accendete il vostro proiettore personale e cominciate a leggere: vale il biglietto, credetemi…

15 pensieri su “GIOCHI SACRI, di Vikram Chandra: paisa fasul.

  1. luciano / il ringhio di Idefix

    Qualcuno dovrebbe spiegarmi come mai su giornali dalla grandissima tiratura compaiono insulti articoli sui libri, pezzi che nulla di interessante sanno dire. E poi per leggere un articolo così intelligente e affascinante bisogna capitare su un blog. Chandra ne sarebbe felice, di sapere che il suo romanzo fa pensare ad altri libri, ad altre situazioni, insomma alla vita intera. Avevo letto le due precedenti opere (TERRA ROSSA e AMORE E NOSTALGIA) alla fine degli anni Novanta, mi avevano entusiasmato e con il mio penoso inglisc mandai un’e-mail a Chandra, che mi rispose il giorno seguente per ringraziarmi e per annunciarmi che il prossimo romanzo avrebbe richiesto un bel pò di tempo. E infatti ci sono voluti otto/nove anni. Ma adesso l’attesa è ripagata: comprato ancora caldo caldo del cartone dello scatolone appena arrivato in libreria. Però giunto a pagina duecento o giù di lì l’ho lasciato. Perchè? Perchè ho commesso un errore che un lettore così accanito (ed esperto…leggo avidamente da oltre quarant’anni) non dovrebbe commettere. L’ho iniziato prima di un viaggio di due settimane (viaggio di lavoro, e solo in parte di vacanza) e poi me lo sono portato dietro, ma i tempi della lettura languivano miseramente, limitati a quella scarsa e impalpebrata mezzoretta prima di crollare dal sonno. E allora mi perdevo del tutto, nella già labirintica Mumbai raccontata da Chandra. Ogni sera ricordavo sempre più vagamente quello che avevo letto in precedenza, i miei rapporti con i personaggi con lo stile con la trama si facevano via via evanescenti. Rischiavo di guastarlo del tutto e allora ho deciso di metterlo da parte. E di riprenderlo quando avrò più tempo da dedicargli.
    Aveva ragione Poe, quando diceva che una storia andrebbe letta in un’unica seduta di lettura, che solo così si è in grado di cogliere con pienezza l’intera struttura di quel racconto. Certo, ciò può avvenire solo con testi relativamente brevi (una novella, un romanzo breve in casi eccezionali) e non con romanzi lunghi, tantomeno se ciclopici come Giochi Sacri. Ma almeno bisognerebbe cercare di non diluire troppo la lettura, stiracchiandone le pagine per un tempo esagerato.
    In ogni caso, da quelle 200 pagine lette, il romanzo di Chandra mi sembra una gran bella cosa, in fondo adatta a pubblici molto diversi.
    Scusate se l’ho fatta lunga, e ancora complimenti per questa recensione/confessione/suggerimento.

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  4. Silvia

    Certo, vale proprio il biglietto. Anzi, secondo me, e’ impagabile…
    E’ uno dei libri piu’ belli che ho letto ultimamente.
    La sua lunghezza non fa che accrescerne il valore.
    E il tuo post e’ secondo me il commento piu’ intelligente su Giochi sacri che ho letto (e ne ho letti tanti). L’ho citato nel mio neonato blog.
    Grazie, un caro saluto.

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  5. baotzebao Autore articolo

    Gentile Silvia, grazie delle lodi. Ho riletto il mio post di allora. Non male. E in qualche modo profetico, visto che lo scolo del mondo è sempre più putrido, mentre i neo fascismi ( quelli di sinistra con l’aggravante di non saperlo ) avanzano – promettendo ordine ma procurando incantesimi e manipolazioni, oltre che immiserimento del penisero diffuso. Vabbè. Passerà. Un paio di secoli e una qualche forma di intelligenza e bontde torneranno a brillare.

    Infine: visto che GIOCHI SACRI le è piaciuto, provi con TERRA ROSSA PIOGGIA BATTENTE ( romanzo american indiano che, visti i temi del suo blog, dovrebbe interessarle ) , e si cerchi, in “Amore e Nostalgia a Bombay” la “prima volta” del nostro sikh ispettore…

    Ancora grazie,

    Valerio

    http://lettoreideale.wordpress.com/

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  6. Silvia

    Sì, sono d’accordo, il putrido del mondo avanza e tutto contamina. L’unica speranza è che tutto vada sempre peggio… almeno forse cambierà…

    Avevo letto gli altri due libri di Chandra qualche anno fa, li ho trovati grandiosi, ma penso che Giochi sacri li superi entrambi.
    Un caro saluto.

    Rispondi
  7. Sunil

    Sei sicuro che volevi dire Paisa Fazul (ciò è, soldi sprecati) e non Paisa vasul (soldi spesi bene)?
    Bella la recensione del libro, che mi ha fatto venire la voglia di leggere il libro. Grazie.

    Rispondi
  8. baotzebao Autore articolo

    Orpo di bacco, sunil, mi sa che ho fatto un errore di sbaglio… Volevo dire l’opposto di quel che ho scritto… Vado a correggere tutte le copie di GICHI SACRI!!

    Vabbè. Mi consola sapere che in tanti lo avete apprezzato. Ciao e grazie del passaggio

    Rispondi
  9. Giacomo Di Girolamo

    Che dire, tre mesi spesi bene. Ho cominciato a Febbraio, ho finito a Maggio.
    Quando sei di fronte a romanzi così lunghi, di quelli che chiamano mattoni, ti interroghi subito sul tempo. Il tempo che ci vorrà a leggerli, il tempo che sottrarrai ad altri libri, il tempo che ci vuole per entrare nella complessità annunciata della narrazione.
    Di solito, poi, io poi ad un libro do un credito di 80 pagine, o una settimana. Cioè se un romanzo non decolla entro le prime 80 pagine o la prima settimana di lettura, lo lascio. Si può fare, me lo ha insegnato Pennac.
    Con Chandra invece il banco è saltato. Perché erano passate 80 pagine da un pezzo, e ancora non riuscivo ad entrare nella storia (anzi, nelle storie), ma non mi sentivo di lasciarlo. Per una questione di rispetto non solo all’autore, ma anche i suoi personaggi. E ho fatto bene.
    Questo romanzo è un capolavoro. E’ il poliziesco del nostro tempo. Tempi di narrazione perfetti, dialoghi impeccabili, una reinvenzione del genere letterario che non a caso trova in India la sua ambientazione, come era già successo ad un altro bel libro, Shantaram.
    Ridurre 1200 pagine in poche righe non si può. E’ la storia di Sartaj Singh, ispettore della polizia di Bombay, e del suo colloquio con il boss Ganesh Gaitonde. Da lì parte, lì comincia tutto.
    Anche il modo di narrare è nuovo. Una narrazione parallela, in due tempi. Quella di Sartaj, che parte dal giorno del colloquio con il boss, e quella di Gaitonde che racconta la sua storia al citofono a Sartaj.
    In mezzo, tante altre vite, con personaggi indimenticabili. Su tutti Aadil, che dimostra che ai poveri la cultura non basta, che a volte la violenza è purtroppo superiore a tutto, e K.D. Yadav, che riesce a leggere dappertutto, durante le sue missioni da agente segreto, e che incontriamo in punto di morte attaccato alla forza dei propri ricordi.
    E’ un peccato che in pochi leggano. E che in pochissimi si accostino ad un romanzo così difficile (anche da portarsi dietro), ma che si rivela come uno scrigno pieno di intensissime emozioni, come, dall’alba della vita, la grande letteratura è riuscita sempre a fare.

    Rispondi
  10. alberto

    Spero di essere chiaro. Non tutti coloro che leggono un libro possono permettersi di leggerlo a casa e magari seduti in poltrona. Molti leggono quando sono al ristorante quando in attesa di un piatto di minestra hanno il piacere di leggere qualcosa. A volte quindi quando un libro è un tantino lungo c’è anche la difficoltà di portarselo appresso
    ( in valigia), oppure di leggerlo a letto prima di chiudere gli occhi dopo una giornata di lavoro. Mi chiedo perchè non è stato pensato ad un libro diviso in due parti?
    Ciao un grazie a tutti coloro che scrivono libri!

    Rispondi
  11. dani

    …a tratti mi sono un po’ persa nei labirinti del romanzo, anche ritenendolo un grandissimo affresco ricco di oppotunità di riflessione..Qualcuno saprebbe spiegarmi come si svolge il ritrovamento delle bombe? Il Guru? Suleiman Isa? Tutto intrecciato.. Grazie
    d.

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  12. Fortunella sisto

    Ho avuto la fortuna di leggere questo capolavoro in due settimane.decisi che se avessi un giorno avuto la possibilità di avere una barca il nome sarebbe stato sicuramente quello del natante di gaitonde.Ho provato a cercare il nome fra le pagine ma sarebbe trovare un ago in un pagliaio .qualcuno può aiutarmi?Se poi mi date qualche dritta su libri di 1000 pagine belli come questo mi fate un favore

    Rispondi

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