lapsus (e) aggiornamenti: un post troppo lungo; e impudico, perfino…

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Lapsus:

in un post ho scritto multi-skating invece di multi-tasking. Chi voleva capire ha capito, e a me piace compensare la minor vergogna di aver svelato con i fatti (anzi, peggio:con i detti) la mia vera età, curiosità e ingenuità adolescenziali a parte, con il giocoso equivoco che c’è fra to skate ( rollare, dunque qualcosa che ha a che fare con il rock, i pattini, le canne e altre instabili e in-utili occupazioni ) e (come correttamente mi segnala Fluido) il pragmatico, efficentista, onesto to task ( avere un compito ) : qui potrei perdermi in comparazioni anche austiche fra il mobile e volante skate e l’aggressivo castrante task, ma lascio stare ( quasi).

Aggiornamenti: (1)

Il che mi porta tuttavia (questo mio abitudinario, futile e appagante piacere di giocare con le parole, intendo) a una riflessione , scaturita dalla lettura di un testo letto nei giorni scorsi – fra l’avanzata delicious nelle giunglo-pagine variopinte di Vikram Chandra e quella sensuale e musicale in quelle sofisticate e boleranti di Jean Echenoz su Maurice Ravel (un Adelphi, di cui vi dirò altrove, spero..) – che ha insaporito i miei tre giorni pasqualini (insieme a piacevole compagnia, silenzio e… un capretto di rara bontà). Si tratta di un piccolo saggio, (minuscolo di proporzioni, non di densità e meraviglia), “Magia e Felicità”, di Giorgio Agamben, tratto da “Profanazioni” (Figure- Nottetempo editore, 2005). In poche pagine il filosofo italiano cui più chiedo e trovo, e trovando chiedo ancòra, Agamben, dice della felicità che si prova “chiamando per nome” la vita. Ora non starò qui a spiegare, perchè l’unico modo per rendere onore a un testo è leggerlo per bene. Vi dirò soltanto (vi?) che fra equilibrismi teologici e paradossali, fra cabbale e altri mondi paralleli ( T.S. Elliot e la sua teoria sui nomi del gatto inclusa ), così… fra Kafka e Kant, mi è spuntato in mente che anche giocare con le parole, e trovare inaspettatamente in esse un senso che le trascenda e aumenti così il loro significato… beh: è fonte di felicità inebriante per me, oserei dire di vera gioia, paragonabile per intensità solo allo stupore di una meravigliosa scena di natura che improvvisamente si riveli e imponga. Mi rendo conto sia un vizio privato, forse una perversione, ma invoco clemenza se non pietà. SE fa male a qualcuno, fa male solo a me. Spero.

Indiferente (con una effe sola, ‘a la carpinteri-faraguna’) !

Nella tre giorni di Kontowood, ( non c’erano Joe Cocker I Santana e Jimi, ma REM Bach e Mozart sì) ho anche letto e pensato a proposito di un prezioso testo di Roberto Calasso, sul Corriere della Sera di domenica ( http://archivio.corriere.it/archiveDocumentServlet.jsp?url=/documenti_globnet/corsera/2007/04/co_9_070407049.xml ), di uno allarmante di don Baget Bozzo sulla STAMPA di sabato ( http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=2742&ID_sezione=&sezione= ), di una prefazione del banchiere Profumo a un libro di un altro banchiere italiano (ancora CORRIERE, stavolta di sabato), e altro. E via con Papa Benedetto 16°, Telecom, Unicredit, Intesa san paolo, und so weiter…

Ma niente di tutto questo, profumo di glicine e sapore di cabernet franc inclusi, avrebbe avuto lo stesso piacere, mi avrebbe procurato la stessa ‘botta’ se non fossi incappato, prima, su una frase, una sola, che ha custodito e stimolato tutto il resto, come un ombra benefica che rende guardabile il sole, questa qui:

“(…) E’ logico appellarsi legalmente alla legge. Quello che è irrazionale è mendicare legalmente davanti all’illegalità patente,

come se fosse un nonsenso che si dissolverà dopo essere stato additato. (…) “

Mi hanno incastrato, queste poche parole di Guy Debord, tratte da un suo saggio del 1965, “Il declino e la caduta dell’economia spettacolare-mercantile”, contenuto in “Il Pianeta Malato” (Figure -Nottetempo Editore, 2007 (!!!) ). Mi hanno obbligato, mi obbligano a guardarmi allo specchio, ad abbassare lo sguardo, per vergogna, vergogna vera questa, vergogna di me, capace a malapena di “additare l’illegalità patente”, illuso di poterla dissolvere come fosse un nonsenso. Qui sta la mia sola vera ingenuità e impotenza, la causa prima di ogni mia lesione. Da cui esco, per un poco, soltanto quando, senza alcun merito, per magia, vengo sospeso nel senso impermanente e giocoso di una parola che si rivolta e rivela, prismatica inafferabile ma piena, così piena di senso da rimaner lì a diffondere luce, suono, profumo, prensilità e sapore. Più quel sesto senso che dà vera vita agli altri. Così mi riposo, finalmente non ho niente da dire, nè da pensare, nè da scrivere. Che momenti! Vivo, let-te-ral-men-te vivo per il ripetersi di quei momenti. In tutto il resto del tempo… parlo. Ma altro che “ma quando te ne starai un po’ zitto?”. Non vedo l’ora. Non vedo l’ora di potermene morire tranquillamente, e di starmene zitto. Ad ascoltare.

Scusate (?) l’impudicizia. “(…) E non vergognatevi mai più. Ciao.”

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2 pensieri su “lapsus (e) aggiornamenti: un post troppo lungo; e impudico, perfino…

  1. diego chersicola

    Deve essere la nostra logorrea che impedisce un normale e sano commento ai pochi e sani oggetti cui vogliamo dare forma. Mi esercito in questi giorni a trovare i sei gradi di separazione fra me ed il conduttore del “giorno della marmotta” in cui ascoltai per la prima volta “the emperor of wyoming” uno degli anni scorsi. Ma è questa tensione indescrivibile, questa definitiva negazione al diritto di starsene in silenzio, di accogliere solo chi ci pare con il sorriso autentico che abbiamo, questo è il patrimonio comune, e non siamo mica soli Valerio Fiandra, non siamo soli. Questi giovinotti stremiti, che si fanno largo a sostenere una professionalità efebica nei lunghi fili della rete, che cosa ne sanno? L’unica rete l’abbiamo tessuta noi.

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  2. baotzebao Autore articolo

    Credo stia nell’attenzione alle parole, al loro valore aureo di possibile scambio, nella prevalenza della grammatica, come dici tu, o nell’intelligenza della sintassi; credo stia nella misura attuale, nipote degli smisurati passati efforts; nella con-solazione dell’arte onesta; nella complicità. Nel silenzio solo apperente di un vero ascolto la solitudine che sembra la condanna diventa un premio. Che neanche l’imperatore di tutti i wyoming. Quanto alla rete, diego, non è teneramente paradossale quanto tutti si sentano ragni e pochi soltanto vogliano essere il filo?

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