frammento pasquale

pagine4.jpegcornice.jpegpagine4.jpegpagine4.jpeg

(…)

Un gradino alla volta, Abele! Sai che non dovresti far le scale a due per volta, te lo diceva anche la mamma di prima, dai, fermati, aspettami, su…
Oh, come sono stanca, tu corri sempre e non ce la faccio più a starti dietro! Adesso dove è andato? Lo sapevo, è caduto. Ben gli sta, ben ti sta, Abele, adesso te ne stai fermo almeno e se pensa che lo vado a tirar su, beh, si sbaglia: io mi siedo qui, apro il giornale e leggo, ecco. Alla finestra dove passavo tutte le mie ore quando non ero a scuola, dalla finestra la vita passava tutta come fosse, come esistesse solo per me. C’era solo ciò che vedevo io, ciò che mi passava lì davanti, all’angolo fra le due strade. I gomiti mi facevano male, ed ero troppo bassa per non puntare le punte dei piedi. Ma io ero dovunque, ero dentro alla borsa sporca del muratore, sul naso dell’impiegato, a casa della commessa, sulla nave del marine americano. Passavano ore e stagioni, tutti sapevano che ero lì ma io non c’ero, a casa mi prendevano per stramba e io ci giocavo su bene, da professionista. Il mondo si fermava per guardare me che guardando dalla finestra vedevo lui esistere per me. Nella stiva della mia coscienza tremila paia d’occhi leggevano alle orecchie i versi, le poesie, le storie, i suoni e i niente. La sorella, come starà la sorella di questo qui che vedo ogni pomeriggio uscire a collo incassato dal portone degli Ughi. Ha la camicetta a fiori, trentuno anni, è sposata con un collega di lavoro del fratello, non questo, l’altro, quello che lavora al porto, scalo legnami. Ieri in quell’ufficio hanno licenziato una segretaria, dicono che rubava ma si sa che non è vero, è la scusa adatta, chi vuoi che ci faccia caso. Ma lei – che per davvero aveva sottratto alla cassa una bella sommetta – prese il licenziamento come una benedizione, partì il giorno dopo per la campagna ed ora, proprio ora sta scrivendo una lettera al fratello. Rodolfo, sono tanto sola, abbi cura di mamma e ti prego, vai dove lavoravo fino a ieri, mi sono licenziata, sai?, e cerca quell’uomo sui trentacinque anni, o forse ne ha di più, io non so dare età alle persone, digli che in effetti io rubavo sì, ma poco, e che sapevo benissimo che il più lo prendeva lui. Era simpatico, sai, e così adesso sono proprio contenta che tutta la colpa me la sono presa io. Però lui non potrà per un po’ continuare a rubare, a meno che non trovi un’altra come me, che rubi poco alla volta e si faccia beccare con i vestiti nuovi. Tu, fratellone però devi sapere, ma non dirlo a nessuno, che i soldi io li rubavo per lui, per dargli l’alibi al momento giusto, tanto è vero che quelli li buttavo via. A dire il vero li mettevo in un cartoccio di quelli per il pane, no, le briciole: io affondavo la mano e raccoglievo briciole, stringevo il pugno e lo poi aprivo di botto e raspavo con la lingua la pelle, masticavo briciole, schioccavo la lingua. Appoggiavo il tutto sulla panchina che ora è di ferro grigio ma che una volta era rossa di legno, mi allontanavo un pochettino, fino a svoltare l’angolo dove c’era quella libreria e adesso c’è una banca e mi mettevo a guardare se qualcuno prendeva il cartoccio. Solo una volta, una volta sola ho visto un tipo tutto ben vestito, completo di tasmanian grigio, cravatta azzurra con iI nodo grosso, due borse piene che gli pendevano ai polsi posarle a terra, guardarsi in giro come un bambino prima di salire sulla seggiola e aprire la dispensa, agguantare il sacchetto e metterselo in tasca. Io i vestiti me li pagavo con lo stipendio, e con qualche ora di piacere a tassametro, e per svago più che per bisogno. Se vai in camera mia, apri la copia del libro di Verne troverai un buco e dentro la busta di plastica del coop con tutti i soldi. Dollari, perché lui è un marinaio americano – non dirlo a mio marito, eh? – e ha solo quelli. Credo siano almeno tremila, spendili in dolci, e portane a quella donna che sta sempre alla finestra della casa della via dove lavora Alcide – a lui non dire dove sono, però. E’ sempre lì, diceva lui, ma non la guardo mai, perché ho paura che, se alzassi gli occhi un giorno e non la trovassi lì, be, non saprei proprio che fare, così non alzo mai gli occhi fino a quando ho girato l’angolo. Portale i krapfen. Portane anche al mio Alcide, e digli che adesso potrà alzare gli occhi e sorridere alla donna alla finestra. Lei ci starà, potrà vederla al mercato, so che i broccoli le piacciono. Le notizie sono sempre le stesse, sempre. Abele!, ti sei rialzato, allora stai bene, era niente, vieni che andiamo a casa, a casa c’è chi ci aspetta, Pino deve essere tornato. Come chi è Pino? Pino, tuo padre, quello che si beveva l’anima, poi ha scritto il libro e non ha bevuto più. Io non ho bisogno di alcol, io sono sempre in balla, io se bevo la voglia di vivere va via, io bevo aria, diceva lui, apro la bocca solo per questo. Ha ragione. Mi hai vista mai a bocca chiusa, eh?, Visto. Anche di notte? Anche di notte. Certo che dormo, come vuoi che non dorma? E certo che parlo, come vuoi che non parli? Se non mi senti non vuol dire che sei sordo, vuol dire che dormi, o che stai parlando anche tu e non mi senti perché sei lì ad ascoltarti. Pensa che io sia stramba, adesso se ne sta zitto ma io so che parla. Quando avevo la sua età il gioco che mi piaceva più di tutti era nascondermi. Alma mi cercava, Lilla mi cercava, Adele mi cercava, Rosa mi cercava. Io ero sempre nascosta nello stesso posto ma loro non mi trovavano mai, ero sempre dietro al mobile in stanza da letto dei due ceffi che mi avevano rapita quando ero ancora una bambina felice, quando avevo la testa piena di riccioli, carezze e lentiggini. Alla fine mi facevo trovare, perché mi spiaceva che loro rimanessero deluse, mi facevo vedere e loro gridavano Eccola là la pussilina!! La salita è finita, ora devo, dobbiamo solo camminare ancora un poco e ci siamo, vede signora, vede come stiamo bene insieme noi tre? Licia ha sedici anni, da domani va a dormire in villa perché è estate, d’estate si dorme in villa, dove la pace dei fiori e la luce degli insetti non fanno caldo come in città, e io resterò sola. Oh, davvero? Trovatene un’altra, non sei mica bella che io ti ascolterò, faccio la faccia di chi ti ascolta ma non sono più qui, cosa vuoi che ci voglia, ho imparato dalla nonna che parlava seduta sotto il lume di pergamena gialla e io non l’ascoltavo mai, anche se lei credeva di sì perché io la guardavo attenta e rispondevo perfino. Chissà cosa le dicevo, chissà cosa dico adesso a questa brutta carpa qui che mi blabla mentre io sto nel rifugio Solderini, e guardo dalle finestre il monte, le tre cime Lavaredo, la vianord. Ieri è stato fantastico, il valzer non finiva mai, quei due ballavano stretti, lui era alto e nero, lei era tutta rosa e girava. Lui poi è salito in macchina, tutta la macchina si è alzata ma le ruote sono restate a terra, era grigia ma con i fanali accesi, sembrava una faccia e tutto, un corpo, una bottiglia, un cesto di pigne come questo qui che mi sta sotto il naso profumato di pino. Alcide sa che a me piace la marmellata di albicocche. Fra tre giorni è natale, devo ricordare come si fa il pranzo di natale. Vivaldi era ebreo, come noi, piccolina, ma non poteva mica dirlo in giro, così si è travestito di rosso, e ha studiato da bruco, un bruco rosso e leggero. E ha vinto lui, tutti gli altri sono andati via presto ma lui è ancora qui. Dove qui? Qui nella stanza con la tenda e il camino e la terra nei vasi, qui dove tu sei, qui, stupido, qui al caldo di una parata di bandiere colorate, qui dove la collina è già più verde, la vedi? Dove la tua mano ha lasciato il mio viso ora corre un filo che ci tiene uniti, carezza che non ci può lasciare e avvolge il mondo, lo scalda. La scala è tesa, la luna piena, chi sta salendo è lento. Ha le palpebre aperte, respira. Parla e ascolta.
– le mille stelle del tempo…
– la sabbia asciutta
– le rotaie dritte
– la marea…
– Chi hai visto, leprotto?
– Dal primo momento in cui sei entrata, mentre la signora in blu era al telefono, tu vestita di fiori hai raccolto la mia angoscia, hai tessuto il mio filo. Un verso di Djuna ha incollato le fibre, il mare si è rotto, abbiamo passato la notte guardandoci? Ho scaldato le mani per cercare un coraggio sdentato, ma quando ho aperto bocca tu eri già dal tuo santo popolare. Così mi è restato dentro un calore che è bruciato sett’anni, fin quando la pioggia dei cantieri ha bagnato labbra sorprese e morbide. Fa malissimo hai detto, e lì c’era chi ti aveva lasciato illusa, guardavi basso e non vedevi me che volavo. Poi non ci sei più. Il fantasma aveva compiuto sette anni e un giorno, troppo piccolo per farsi notare, talmente grande per sparire di nuovo. Tre volte trenta ho contato con l’orecchio sinistro, cento voli fra boschi pieni di occhi, millecinquanta francobolli veloci in fila fino alla romagna, rossori e stupori, Danae e i serpenti. Il cinema era vuoto, io di corsa, prima del trapano una cura per gli occhi. Fidelio e Stravinkky, c’è chi sogna di sognare e chi ti racconta il falso finale di un sogno fatto da altri. Io non sogno, tu sei la gloria, hai settantanni e vivi sola. Djuna non è invecchiata. Ora dove sarà il marito della spagnola, dove chi giocava a farmi a pezzi, chi sa dove finisce l’arcobaleno conosce la vitalità delle maree, sai? Cioccolatini e pizze rancide, acciughe in solitaria al di là del santo greco, un gioco la città, la montagna un lago. Patty Pravo ha voglia di ricominciare. Ma Niccolino è morto, morto, morto. Do la mia mucca in cambio di un sorriso, bacio le mie mani fino al piegar molle del gomito, lecco lecco, ascolto. Virgilio mi porta le casse su e giu, la casa trema ma non crolla, dopo Madrid, prima di Antibes l’albergo svanisce, resta il colpo di una voleé che non toccherà mai la terra rossa. A Parigi il calcio alla peugeot, a capodanno una telefonata sotto il vischio, a Bologna un pelato tutto sesso balla con pasolini, bene e de filippo, bevendo cola dall’argento. Piume, solletico, lacci e occhi chiusi: parlare a chi, chi non ascolta parla altrove, fuori le fragoline, la pompa, il Castello.

(…)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...