…my words but a whisper,your deafness a SHOUT.

Davvero non mi importa se leggete o no queste righe.

Al bocciodromo di Treviso, primavera del 72, Gerald Bostock non era ancora nato. Suo padre, vestito da Puck, flautava forte sul palco, saltava da folletto e santo bevitore. La maschera di Aqualung gli stava già stretta, ma i mendicanti non possono scegliere e le classifiche dicevano: numero uno, successo, sterline.

Per fortuna a quei tempi c’erano i Monthy Python. monthi-early.jpeg

Così la sbornia passò ma Ian restò incinto, ma così tanto e ben fecondato ( gli MP ci sapevano fare davvero ), che quando lo diede alla luce Gerald aveva già 8 anni. E appena nato si occupò di lui il giornale locale, il St. Cleve Chronicle & Linwell Advertiser: “un nuovo Milton – strillavano – vedete da soli la nostra gloria poetica”.

 

thick as a brick

Insomma, oggi Gerald deve avere 43 anni.

Io ne avevo 18, nel ’72.

Lui era thick già allora, io lo sono diventato.

Uno di questi giorni vado a cercarlo.

 

 

Ero andato a Treviso con un tecnico della RAI, il Nagra era pesante, il microfono una pera bucherellata e cromata.

Il bocciodromo, dopo il concerto, sembrava un aquitrinio. Sudori liquefatti.

Tre ore, dai fratelli Shulmann e il loro Gigante Gentile alla banda quasi famosa,

i Gietro, ehsì, loro: the jethro tull.

jethro-tull-72.jpeg

La guardia del corpo di Ian, nerograssotishirtato, mi blocca sulla balaustra. Passa il chitarrista, appena uscito dal palco e già pronto per tornarci.

Gli grido: “hey Martin, this son of a bitch…”

Lui ci guarda. Io, con ogni risorsa del mio pig inglisc: ” we met in Blackpool…”

Il tozzo allenta la presa. Barre: “waita uh, boy!”

 

Libero.

 

Zio Giorgio lavorava a Venezia, con le navi. Sua madre, mia nonna Nellina, mi aveva regalato un corso di inglese per principianti, dieci anni prima.

Ogni volta che veniva a trovare sua figlia, mia madre, a Trieste, mi insegnava qualcosa.

Poi era morta mia madre, poi era morta anche lei.

 

Così Zio Giorgio, dal 1967 mi spediva ogni settimana una copia di:

MELODY MAKER e NEW MUSICAL EXPRESS

 

melody-maker.jpeg new-musical-express.jpeg

 

Sapevo che i Jethro venivano da Blackpool, e sapevo anche dove era Blackpool.

in un certo senso ero stato a Blackpool.

 

Passai la notte al motel con la band. E il signor Anderson mi spiegò bene che cos’è uno scozzese.

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Prima, di famoso (?), avevo conosciuto solo Dick Heckstall Smith.

 

A Udine, 1969, quella sera, dopo il concerto dei Colosseum, nei camerini-spogliatoi del Palasport, stavo già per metterlo sotto alla bocca di Jon Hiseman,

(il front man della blues-jazz band inglese).

valentine-suite.jpeg

 

Stavo per.

Ma vedo un sassofono sulla panca. Risalgo con lo sguardo le spire cromate, i tasti, il bocchino.

Il sassofonista barbuto non lo sapeva, non poteva. O forse?

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Tre anni fa, quando è morto, erano 34 anni che ci scrivevamo.

Cartoline, eh, o poco più. E irregolarmente.

 

 

Quasi mai ho detto a qualcuno le cose come stavano quanto a quel bravo e laconico (a parole, in musica era eloquentissimo) musicista.

E anche lui, credo.

 

Come un viaggio in treno durato 34 anni, in uno scompartimento dove se ne sono state solo due persone

che a lungo stanno zitte, ma quando aprono bocca si dicono qualcosa.

 

 

 

 

Il suo miglior disco, il primo da solista, si chiamava ” Dust in the air suspended marks the place where A story ended “.

 

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Scritto proprio così, come ci fossero delle parentesi prima della scritta in rosso. E quell’orecchio.

 

 

Che sia da allora che amo le parantesi anche (e soprattutto) quando sono invisibili?

Che sia da allora che ascolto e non sento più?

 

 

 

Allora non sapevo che era una citazione da “Little Gidding”, di T.S. Elliot, il Quarto dei suoi immortali, devastanti, meravigliosi Quartetti

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Da quando lo so?

 

Da una sua cartolina dell’autunno del 2002. Matite di Depero. Da Rovereto.

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Molto tempo prima, ma poco dopo il concerto dei Jethro Tull, nella notte al Motel dove avevo visto nascere Gerald,

ho scoperto che ogni storia, quando finisce, lascia qualcosa di molto importante sospesa nell’aria.

Qualcosa che è lì per segnalare qualcosa che c’è stato.

Che se non c’è, allora niente è stato.

 

La polvere.

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Ma, come dice(va) Francesco De Gregori, “… qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure…”

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A Torino ci andavo ogni anno, da quando ne avevo 11.

Ospite degli zii, ho imparato come si fa davvero bene un ragout – dalla scelta delle carni al loro sminuzzamento, alla cottura, al riposo, alla ri-cottura… un’arte!

 

 

Giravo in città da solo. Vetrine, parchi, musei, che libertà.

Avevo un po di soldi in tasca, era il periodo di Channukkà – Natale.

Compravo solo dischi. Doveva essere il 1966 o giù di lì.

 

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Sotto i portici , non lontano dalla Stazione, lo sguardo è caduto, fra tante copertine, su un nome, un nome che conoscevo già, ma per essere l’autore della fiaba di Haensel und Gretel, Engelbert Humperdinck. Fu credo solo per questa ragione che entrai e, risoluto, chiesi, pronunciando il suo nome alla tedesca: “Mi dà per favore il disco di Engelbert Humperdinck?”

Qui ci starebbe bene scrivere come mai.

 

Mia nonna è la risposta. Mia nonna più un gioco di carte che si chiamava, direi oggi, “Quartetto”.

 

quartetto.jpeg

La mia “cultura”, la mia curiosità, la mia devozione a tutto ciò che è stato composto nascono tutte, credo, molto vicino alla pianta-famiglia Weiger-Fiandra.

 

 

 

Ma, pur non essendo, come si suol dire, “…un’altra storia”

 

( perchè è la storia, solo che già Marcel Proust ha dimostrato di cosa sia fatto il tempo, che cosa può e non può testimoniare l’Io a proposito di se stesso… )

 

 

… interrompo questa ulteriore divagazione e torno alle Biciclette di Belsize, a ciò che le collega a De Gregori, e dunque al sassofonista dei Colosseum, a Neil Young, a John Lennon… fino agli Arcade Fire e ad altri il cui nome ancora non vi direbbe molto. Se avrete la pazienza e il coraggio di seguirmi, vedrete che ci arriverò.

 

 

Dunque.

 

 

 

” Ek.. Egbert cosa? “ – commessa occhialuta e curva sul piccoletto che faceva il sapientino.

“Quello che canta, non quello che ha scritto la fiaba… E’ in vetrina “ – il sapientino, saputello e irritato.

“Mi mostri” – commessa torinese (falsa e) cortese.

 

 

 

Erano i tempi in cui ti facevano ascoltare i dischi. In cuffia, o più raramente (negozi grandi, tipo Messaggerie Musicali a Milano) in box tipo cabine telefoniche.

La gentile quattrocchi mette il disco sul piatto, alza il pick up, appoggia con delicatezza la puntina e…

 

 

( chi avesse preso:

il piatto per un oggetto da cucina, la testina per qualcosa che si vende in macelleria,

il pick up per un mezzo a quattroruote, la puntina per quelle da disegno…

è pregato di sospendere la lettura, scusi pardòn)

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… i modesti altoparlanti inscatolati nel banco di vendita fecero uscire la voce caldo vellutata di un tipo che io mi facevo tedesco ( ed era inglese di madre indiana ), che cantava in francese una ballata inequivocabilmente nostalgica, romantica, noiosa.

 

 

 

“Lo prendo” – il cretinetti che si vergogna ma vuol fare l’intenditore.

“Sono Ottocento Lire” – l’astuta commessa concreta.

 

 

 

Insomma. Ho dovuto ascoltare quel disco.

E anche, per dare un senso a quell’acquisto, informarmi bene sulle biciclette, belsize, tom jones

(altro bel caso, non dissimile, di nom de plume letterario per rude cantante inglese gallese in cerca di legittimazioni culturali), e via dicendo.

 

 

 

Dai miei primi acquisti alla Casa del Disco di Trieste, con i suoi gettoni di plastica – 10 gettoni un disco in omaggio, valido sia per i 45 che i 33 giri – ( 500 lire i primi, nientemeno che 3600 i secondi, se ricordo bene) erano passati solo pochi anni. Già ascoltavo, sulle onde medie della radio di papà sergio, la mitica (davvero!) Radio Luxembourg:

(“tu ou eit”, mi pare di sentire ancora adesso il jingle, 208, what a number!!!).

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Insomma, mi bullavo, è vero, ma un poco me ne intendevo davvero!

Così sto già per uscire dal negozio torinese che sento una voce:

 

 

” Mi scusi, lei…”

Mi volto. “Ha dimenticato il resto…” – l’onesta piemontese cassiera anziana.

“Grazie, signora, io… “ – il confuso ma educato tapino triestino.

“come mai ha pronunciato così bene il nome di Humperdinck?” – l’anziana cassiera titolare del negozio.

“Mia nonna, sa, in famiglia…” – l’improvvisamente modesto bulletto.

 

 

 

Fu per questa, per questa sola ragione che molti anni dopo, a Torino per lo stesso motivo, entrai nel negozio incriminato.

La scusa erano ancora i dischi. La ragione era una madeleine da tocciare un’altra volta nel te…

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Ma nè la cassiera, nè la commessa c’erano più, almeno non le riconobbi.

 

Così, per evocare un altro dei fantasmi che da molto prima evoco ( e non ho ancora smesso ),

decisi che dovevo comprare un disco di qualcuno che non conoscevo, ma il cui nome mi avesse richiamato qualcos’altro, che conoscevo.

 

Fu così che, per merito di Lewis Carroll scoprii De Gregori.

 

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Non mi andava, oggi, lo ho avvertito appena sveglio, di mettermi a ravanare un’altra puntata delle memorabili imprese del tapino musicale.

Pronto è arrivato il sette a uno del manchester united alla roma.

E se per ogni picture c’è una storia,

every-picture.jpeg

figuratevi se non ce ne sono almeno tre per ogni nome.

 

Manchester: un milan che va all’old trafford, io che mi ripeto la formazione del milan a memoria, per tamponare delusioni varie infantili.

old-trafford.jpeg

 

 

 

(aggiornamento: da Manchester il MILAN è appena ri-tornato… 3 a 2, Rooney al 92°…)

(altro aggiornamento: al Meazza tre a zero, in finale ad Atene il Liverpool)

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Roma: a Venezia, un ragazzetto olandese con un cappello da mago e la maglietta di Totti, al Cafè Florian.

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E più non vo’ dire: ci sarebbe, però. E c’è anche una foto. Che io NON ho. Ho una foto-copia. E ho detto TUTTO.

 

Il punto è che ogni parola può essere il principio di una storia. Non sempre una buona storia, vero.

E’ il vuoto che temiamo, sono a volte solo parole quelle che usiamo per sentirlo un po meno.

 

O la musica, come quella degli Allmann Brothers Band, nel loro ultimo concerto al Fillmore East, il 27 giugno del 1971, a New York, of course.

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E ci ricado.

 

La voce di Bill Graham l’ho sentita prima dal vivo e poi l’ho ricoosciuta su disco.

 

Ancora Torino. Torino e Firenze sono state città in cui ho seminato molti pezzettini, come Pollicino potrei tornare sui miei passi anche solo seguendo le note.

 

Torino, luglio 1982. Comincio dalla fine.

stones-82.jpeg

Domenica 11, ore 22.30. Fiumi di persone invadono il centro, sventolano bandiere, ululano, bevono, cantano.

La stampa esce in edizione straordinaria. Leggiamo che l’Italia ha vinto i Mondiali.

OK. Ora che è scritto ci credono tutti.

 

Eppure Lui l’aveva detto, beccando anche il risultato finale.

Lui, al secolo Mick Jagger, sul palco del primo dei due concerti previsti al Comunale, aveva detto Hey, lo so, vincerete 3 a 1

gazzetta.jpeg

 

 

Lo aveva appena detto che stoppai Francesca Avon, lì per IL PICCOLO di Trieste, e le dissi: “Eh, e se poi ci ha preso?”

Lei sola lo scrisse, è sulla copia di martedì 13 luglio del giornale, allora diretto da Paolo Berti.

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(a destra Sior Berti, a sinistra Sior Gon)

 

Finisce il concerto. Con una rapidità e un ordine mai più visti, tutti e 50.000 usciamo e raggiungiamo un apparecchio TV.

 

Il nostro – c’era Cristiana, c’era Gino, non ricordo chi altro, adesso – fu in una sala d’albergo non troppo lontano dallo stadio.

 

 

… e tutto questo potrebbe andare avanti, avanti e indietro nel tempo, l’82 nel 2007 ci sta, anche quest’anno gli Stones sono in tour…

 

 

Qui però per il momento mi fermo io.

 

 

the show must NOT go on

(9 aprile ’07)

 

reprise.jpeg

 

 

“Mi contraddico?” – chiese alla sala gremita e confusa il conferenziere, al termine d’una galoppata nel corso della quale nessuno, lui compreso, aveva colto il senso –

“Ebbene, sì: mi contraddico” .

 

Oggi è il 27 di aprile. Mi telefonano:

 

Chiara Maucci, un cancro ai polmoni, puf!

Sempre stata la prima della classe.

 

 

 

Dopodichè ?

 

 

 

 

Albergo Principe di Savoia, ore una di notte.

TUTTOSPORT ormai spiegazzato, Bill Graham in calzoncini corti di seta azzurra, a caccia di silenzio.

Sì, la notte dei Mondiali…

 

Minà ( l’uomo, non il cronista) mi passa la cornetta.

Parlo con Ciccio Graziani. Sì, mica bearzot, gentile, vausio, paolorossi, o tardelli: Ciccio Graziani.

 

 

Che, come tutti sanno, manco se l’era giocata.

Però, tutto sommato, a Torino…

 

 

Se penso a come lo conosce la gente adesso, che lo associa al Cervia e alla tivù…

 

QUI

immaginatevi una sua foto in bianco e nero

che tanto quella a colori non la metto.

 

 

 

E, comunque, sempre un campione del mondo, però.

 

 

 

 

Me ne fosse importato un poco, ma poco-poco, almeno allora!

 

 

Se proprio devo dire chi mi sarebbe piaciuto conoscere, Walter Benjamin, ti direi.

benjamin.jpeg

No, non gioca più, e dopo tutto è sempre stato uno fuori partita.

 

 

 

 

E insomma, per darci un benedetto taglio, un passage da flaneur, la voce di Bill Graham, come dicevo lassù, l’ho sentita prima dal vivo che su vinile.

 

Diceva, letteralmente:

“porco cazo. fuckin shit… concert IS OVER! Keep quiet…”

(l’accento tuttaltro che stanliesco, romanesco semmai, David Zard docuit?)

 

 

 

Ma la voce di WB, come sarà stata?

Facile immaginarsela sui toni alti, forse stridula. Ma no, poteva esser stata anche calda, lenta, paterna…

Devo a lui. Come devo a O. , a L. , a P. , a C. , a K. !

k-ombra-di-k.jpeg

A… a Michael Stipe.

stipe.jpeg

 

 

 

 

 

La verità è che devo a tutti, a quasi tutti, troppo.

 

Non so non prenderli, non so non prenderVI sul serio,

che siate famosi o ignoti,

quando dite, o scrivete, o cantate,

o semplicemente entrate – e magari di squincio –

anche in un solo fotogramma del lungo film che vedo e sono ( su più schermi ) da almeno 53anni e 45giorni.

valerio-bianco-e-nero.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Basta che sia Attento, e vedo troppo.

La faccenda è che sono troppo Attento.

 

 

Eh, il Mondo!

schope.jpeg

Nel mio mondo

 

 

 

non c’è Volontà,

ma la Rappresentazione c’entra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono così assolutamente in-volontario!

Sono così ab-solutamenteStupido. O ab-solutamenteIntuitivo. O ab-solutamenteVigliacchissimo. O absolutamenteMagico.

 

 

Ab-solutamenteFantastico

 

 

 

(L’ultima è la sola citazione altrui: gran bell’estate, tornando, sul lungomare di Barcola…)

barcola-cartolina-agee.jpeg

 

 

 

 

Potrei dire con esattezza il punto in cui,

e chi c’era -tutti i nomicognomi-,

quale l’umidità , e quanti anni aveva il figlio del bagnino, anche.

Tutto, ma non a parole , no.

In un brivido. Sì.

Ed è tutto -ancora- in quel brivido lì.

Che da allora.

Ogni volta.

Mi at-tra-ver-sa .

 

Punto.

 

 

 

 

 

 

Ma di questo, forse, ancòra, ma un’altra volta: tanto è tutto già stato scritto.

 

 

 

 

Sì, ma dove? Dove è?

 

– Non so, ma se è stato scritto vuol dire che c’è.

Nei quaderni, sui foglietti, nei bit, sui libri, dove, dove è?

– Che importa “dove è”? Sè è stato scritto vuol dire che c’è.

 

 

 

 

Vero.

 

 

E’ tuuuuttto già stato scritto, ho già scritto tutto.

 

 

Un lettore bravo, ma per bravo davvero, lo ha anche già letto, tutto.

 

 

 

 

 

 

– Ehi, ma ci vorrebbe uno come te!

 

– E già. Ma non posso mica leggere me.

Ma come!? Non eri tu, il buon lettore?

 

 

(si sfumi ora, lentamente, la voce narrante, in assolvenza su“Not dark yet -but it’s gettin there-“)

 

 

https://baotzebao.wordpress.com/2007/03/30/shadows-are-falling/

 

dylan.jpeg

 

 

 

(Fade out Dylan, fade in to Voce F)

 

 

 

Sì, ma sono ancora solo un buon lettore, e solo talvolta un leggente.

 

 

 

 

 

 

 

 

“…e nnon c’è niente da capireeeeeee…”

 

(de Gregori 1973)

Alice guarda i gatti / e i gatti muoiono nel sole…

 

 

Il che ci riporta a una mezz’ora fa ( per voi, e se leggete dal principio ) quando scrivevo del come, per colpa o merito di Lewis Carroll, ho scoperto Francesco De Gregori.

 

Stay tuned.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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