bolla
Cara sorellina,
chi ti è venuto in mente quando hai lasciato andare la nave dei pensieri seguendo la bolla di sapone – così perfetta, vero? – che si è staccata dalla schiuma sul pelo dell’acqua calda dove ti sei appena immersa anticipando il gemito che dà l’improvviso cambio di temperatura sulla pelle?
Ci sono passi che tornano da luoghi così lontani, azzurrini, che giureresti – mentendo – di non esserci mai stato.
Un piccolo brivido increspa la sabbia fine dei ricordi, lasciando fratture impercettibili alla vista ma dal suono netto di ramo spezzato. Non udrai invece l’attimo del ricongiungimento, la separazione fa rumore, non la crescita.
Ieri sul molo anche te ho gettato in acqua insieme al vetro pietroso, a luna piena e luce di cobalto fino alla curva dell’orizzonte.
In un attimo il pluf che non ho potuto udire ha segnato il mio tempo in un prima e un dopo.
Ho immaginato la via diritta di quel simbolo, fino a toccar terra: non rompeva il mare, non una parte e l’altra fra la riga, un qua e un là divisi.
Ho orecchie stanche, ora, ma so che sono stato un grande ascoltatore, so che ciò che non sento più c’è ancòra.
E quella bolla che hai seguito salire, dentro la sua parete trasparente e tonda aveva tutto di me, tu sai che c’ero.
Quando è scoppiata e tu hai distolto il pensiero, serenamente, ai tuoi fatti, io pure ho esploso il limite, mi sono dissolto anche se continuo a vivere.
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